LA ZAMPATA DEL GATTOPARDO. I LUOGHI DELL'ANIMA. SOLITUDINE E RICERCA INTERIORE IN GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA. - SALVATORE CALLERI - ED. SCIALPI EDITORE - www.scialpieditore.eu
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SALVATORE CALLERI
LA ZAMPATA
DEL GATTOPARDO
I LUOGHI DELL’ANIMA
solitudine e ricerca interiore
in giuseppe tomasi di lampedusa
GuidoScialpiEditore
2010
© Diritti riservati a termini di legge
per informazioni: info_libri@virgilio.it
In copertina:
C. Cardinale e B. Lancaster in una scena tratta dal film “Il Gattopardo”, di L. Visconti (1963)
© Reporters Associati s.r.l.
Ideazione grafica a cura di E. Bernardini
Abbreviazioni
G. – Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo (completo)
Edizione conforme al manoscritto del 1957, Milano Feltrinelli, 1969
Edizione speciale per la Repubblica (Novecento 52)
© 2002 MEDIASAT /MOS BOO KS/
E uromeeting Italiana per questa edizione il cui testo è quello da noi seguito per le citazioni
R . – Giuseppe Tomasi di Lampedusa Racconti, (Milano, Feltrinelli, 1961)
Proprietà letteraria riservata compresi i diritti di traduzione per tutti i Paesi stranieri.
Guido Scialpi Editore
Via Saronno 65 - 00188 RO MA
Stampato nel mese di ottobre dell’anno 2010
PREMESSA
Palermo, 28/01/2010
Prof. Salvatore Calleri
Via degli Olivi, 56 – 00171 – Roma
Caro professore, ho ricevuto la sua lettera di sollecito ed ho aperto il
pacco che era in giacenza. Ho provato una punta di commozione leggendo
la sincerità e schiettezza della sua esposizione. Pertanto quando ho affrontato
la lettura ero in una buona disposizione d’animo e questa si è mantenuta
fino alla conclusione del suo testo […]. Il suo testo è indubbiamente
lodevole. In particolare per la ricostruzione dell’accoglienza originaria del
“Gattopardo” in Italia. È indubbiamente una quota importante della storia
critica del libro. Fortunatamente non la più importante. Il “Gattopardo”
all’estero è il solo romanzo italiano del secondo Novecento e con l’attuale
diffondersi degli studi di letteratura comparata il libro rappresenta la letteratura
italiana del tempo e tutti, dico tutti gli altri scrittori, la rappresentano
in misura minore di Lampedusa […].
Caro Professore, ripeto la sua lettera mi ha commosso, e sono disposto
a scrivere una cartella di prefazione (sarà breve ma motivata). Il suo libro
è utile e riporta alla memoria tanti eventi degli anni Sessanta che avevamo
dimenticato. Sono passati cinquant’anni e la cosa è del tutto giustificata
[…]. Voglia gradire i miei complimenti ed i miei cordiali saluti
Gioacchino Lanza Tomasi
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PREFAZIONE
A 52 anni dalla pubblicazione del Gattopardo, novembre 1958, il romanzo
è ancora in libreria. Sono state fatte nuove traduzioni in spagnolo, tedesco,
francese, israeliano, giapponese, nuove edizioni in inglese sul testo definitivo
del 2003 comprendente i frammenti espunti, ed anche la saggistica non si
è estinta. In gran parte si tratta di saggi ripetitivi, come avviene quando si
pensa di dover intervenire su un argomento già sviscerato, senza partire da un
riesame della letteratura sul caso, che è ormai imponente. Fra i testi ricevuti
di recente mi è pervenuto La zampata del Gattopardo – I luoghi dell’anima
di Salvatore Calleri. Considerando quanto è uscito nella ricorrenza cinquantenaria
(2007 cinquantenario della morte, 2008 della pubblicazione, 2009
del Premio Strega) il saggio di Calleri si distingue per aver ripreso con certa
acribia e freschezza il cinquantenario della fortuna critica. Laddove gli autori
sono per solito tentati di riprendere come scontati i giudizi già emessi,
Calleri si è riletto le recensioni degli anni 1959-1960 e ne ha tratto alcune
conclusioni rispettabili e tutt’altro che scontate. Successivamente ad un mio
apprezzamento per il suo lavoro Calleri mi ha anche inviato un suo lavoro di
storia locale Savoca segreta. Confesso di avere un grande rispetto per questo
tipo di pubblicazioni. La storia dei piccoli centri dei nostri regni meridionali
è una narrazione che ci pone davanti a microcosmi affascinanti. Ed è da uno
studio di questi testi, redatti senza un precedente che funga da guida critica,
che si può riprendere la vera storia delle nostre comunità. Una vera storia che
convive con la facciata della storia, come è appunto il caso del Gattopardo.
Falsa storia, come denuncia Lampedusa, perché la storia delle annessioni è
una storia ufficiale ove la verità si ammanta da bollettino di vittoria, dove i
vinti scompaiono ed i vincitori sono investiti di ogni lungimiranza politica,
e questo ancor si può fare, ma si esagera quando questa lungimiranza viene
contestualmente omologata a sola linea etica possibile delle sorti magnifiche
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progressive. La storia del meridione è anche storia di prepotenza e sopraffazioni,
in cui una civiltà debole soccombe ad una civiltà forte e, all’apparenza,
vien spazzata via. Sì “i cannoni rigati di Cialdini” hanno avuto la meglio sulla
difesa di Gaeta, ma il brusio dei vinti si è trasformato in una partecipazione
senza affetto, e di conseguenza in una elisione sotterranea dei valori comuni.
La costituzione della Repubblica, come spiega Lampedusa, non è stata redatta
dalle comunità meridionali, e queste non si sentono vincolate ai valori che
essa esprime.
La letteratura siciliana presenta tanti indizi, emergenze emotive di un
dissenso interiore, nel racconto degli ultimi centocinquant’anni dalla “fausta
annessione”. Sono proprio gli scrittori, con un inciso, un commento a rivelare
l’adesione torpida dei vinti. Un Malavoglia, ci racconta Verga, muore
nelle acque fredde di Lissa senza che lui ed i suoi riescano a comprendere
né il come né il perché. Ora, sulle orme di un fondo identitario incerto, un
ricercatore come Calleri, un ricercatore di storia locale, può aiutarci a comprendere
l’altra faccia della medaglia, la doppia lealtà siciliana: Il principe
di Salina è unitario a suo modo, perché il processo si è dimostrato irreversibile,
e frondista nella poca o nessuna adesione ai valori liberal-democratici
del nuovo assetto politico.
L’ ”uomo nuovo come dev’essere” è un mascalzone, e il meno che si
possa dir di lui è che è un’opportunista, ma l’uomo vecchio, Ciccio Tumeo
o l’erbuario don Pietrino, portavano dei valori che meritavano maggior
considerazione. Si sentivano rappresentati in una società di cui accettavano
l’iniquità e di cui avrebbero ancor meno accettato le prepotenze nascoste
sotto la retorica di principi nient’affatto praticati. Attraverso questa lente,
quella degli umili che non pretendono di spararle grosse, Calleri passa in
rassegna la ricezione critica del Gattopardo.
È la voce dello storico locale, di un uomo radicato nella propria comunità,
e in questo contesto è voce nuova e sincera ad un tempo. E conferma ancora
una volta un segreto del libro più popolare del nostro novecento. Quel
talento di Lampedusa di sollecitare le tante identità, le coesistenze culturali
di cui il siciliano è ricco più di ogni altro. Quella sua antica autentica e terrificante
sapienza, quel sarcasmo agghiacciante della letteratura siciliana postunitaria,
da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa.
Gioacchino Lanza Tomasi
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PARTE PRIMA
VITA
Un’autobiografia attraverso
“I luoghi della mia prima infanzia„
1. I ricordi: infanzia, fanciullezza e adolescenza
Il 23 dicembre 1896, a Palermo, nell’aristocratico palazzo Lampedusa,
si compiva un lieto evento: la nascita di Giuseppe Tomasi, secondogenito
del principe Giulio Maria Fabrizio di Lampedusa, duca di Palma, e di Beatrice
Mastrogiovanni Tasca Filangieri dei principi di Cutò.
La sorellina Stefania, di tre anni maggiore di lui, morì pochi giorni
dopo la nascita di Giuseppe.
Fin dall’infanzia, il nuovo rampollo di due aristocratici di spicco, rari
esponenti del Gotha nobiliare italiano1, avvertì il peso della solitudine: già
1 Non è facile riassumere in una semplice nota l’ “iter„ storico di una famiglia che annovera
fra i suoi personaggi di spicco un principe astronomo (Giulio Fabrizio di Salina,
bisnonno dello scrittore), un duca-santo (Giulio Tomasi Palma, di cui si parla
nel Gattopardo, a proposito del suo rigoroso ascetismo), una beata (Isabella, figlia del
duca-santo, beatificata da Pio VI un secolo dopo la sua morte), un santo autentico (il
cardinale Giuseppe Tomasi, fratello di Isabella, beatificato nel 1803, ma divenuto santo
solo nel 1986) un diplomatico (Pietro Tomasi della Torretta, ministro degli Esteri nel
1921-22, ambasciatore a Londra, presidente del Senato nel 1944).
Per il Tanturri i Tomasi «discendono dal principe bizantino Thomaso, detto Leopardo,
cadetto della casa imperiale, che, come altri cavalieri orientali, arrivò in Italia dove
si erano insediate numerose colonie bizantine (…). I Leopardi di Recanati, quelli del
poeta di uno dei versi più ammirati della letteratura italiana, del naufragar m’è dolce in
questo mare, appartengono allo stesso ceppo (…).
I Tomasi sono, in un primo momento della loro storia, residenti a Capua, vengono
dall’antica Campania felix (…).
Mario Tomasi partirà di là per scendere poi lungo la penisola fino alla Sicilia, tra i
grandi dignitari del Viceré Colonna nel tardo Cinquecento. Come tutti i cavalieri che
seguono un principe in conquista ottiene i primi possedimenti feudali…» (cfr. R Tanturri
– Il Gattopardo Innamorato – Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CZ), 2000,
p. 10).
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la condizione di figlio unico, così diversa per i bambini di alcuni decenni
fa da quella dei bimbi di oggi, caratterizzava, specialmente all’inizio di un
“iter” esistenziale svolgentesi tra Ottocento e Novecento in una famiglia
dell’alta nobiltà isolana, uno status psico-fisico del tutto particolare, la cui
nota costante sarebbe stata una ricerca disperata di affetti.
Esigenze interiori, queste, che, per Giuseppe, dotato di un’indole ipersensibile,
non potevano essere soddisfatte dal padre, uomo molto intelligente
senza dubbio, ma alieno da manifestazioni espansive profonde, da
interessi culturali autentici, pur se figlio di un figlio dell’insigne astronomo
(personaggio, quest’ultimo, scelto dal futuro scrittore, quale protagonista
del capolavoro della sua narrativa: “Il Gattopardo”) e di una cugina materna
del padre (aveva, quindi, una doppia dose di sangue Guccia, la famiglia
cui apparteneva la nonna Stella).
Difettava, ancora, in Giulio Maria Fabrizio quel senso pratico che, se
non fosse stato rivolto all’astrattezza, avrebbe potuto ostacolare la frana di
un patrimonio familiare immenso.
Pur tuttavia Giuseppe professò sempre sentimenti di affetto filiale, sia
pure moderato, per il padre.
Molto più profondo, invece, il sentimento che lo legava alla madre,
donna di grande intelligenza e di rara sensibilità; la sua maternità, istintiva
e insieme raffinata, fece di questo bimbo, fino a quando sarebbe divenuto
uomo maturo, il suo idolo, il “bijou” (gioiello) dei suoi anni giovanili, che
tale sarebbe rimasto nella sua sensazione di donna nell’estrema maturità.
Questo trasporto intenso per una madre, possessiva, sì, per certi aspetti, ma
sempre tenera e generosa, alimentò spiritualmente tutte le fasi dell’ “iter„
esistenziale di Giuseppe: motivo di gioia e dannazione insieme, che avrebbe
condizionato, in un certo senso, le scelte della sua vita.
I “Ricordi” ci faranno vedere sempre viva e palpitante questa figura
materna anche quando la disperata ricerca d’amore di Giuseppe avrebbe
trovato un approdo sicuro nella raffinatezza, nella sensibilità sia pure nordica
ma sempre intrinsecamente rivolta al sublime, pur con aspetti esteriori di
senso pratico, della sua Licy (Alessandra Wolff Stomersee, donna di grande
intellettualità e coerenza nelle sua scelte di vita, che sarebbe divenuta sua
moglie).
Solitudine e ricerca interiore rappresentano, quindi, le due componenti
essenziali dello svolgimento di un “iter„, quello di Giuseppe, dagli anni più
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teneri fino alla maturità. Componenti che affondano le loro radici in un sentimento
del dolore che potremmo definire metafisico, ma che diventa sostanza
di vita vissuta nello scorrere di vicende travagliate, dominate da un’esigenza,
sempre più acuita, fino all’ultimo sospiro, di conquiste interiori, artistiche
e insieme affettive, che non riusciranno a essere interamente appagate.
Solo l’amore della sua Licy, assieme al ricordo della madre, e, proprio
negli ultimi anni, l’amicizia di giovanissimi allievi, desiderosi di apprendere
da lui, che, con la sua grande cultura e raffinatezza di gusto, impartiva loro
con impegno e passione lezioni di letteratura, particolarmente inglese, francese
e russa, avrebbero recato un sollievo alla sua “pena„ di vivere e dato un
significato alla sua esistenza.
Uno di questi allievi, il nipote Gioacchino Lanza Tomasi, giovane di
rare qualità di mente e di cuore, sarebbe divenuto poi suo figlio adottivo. A
lui l’onere e insieme l’onore di tutelare il patrimonio spirituale del padre:
compito che Gioacchino ha sempre assolto con grande impegno, capacità
e dignità.
* * *
L’ “iter” dei ricordi di Giuseppe scrittore si snoda da una data tragica
della storia italiana: il 29 luglio 1900, quando, a Monza, un anarchico, Gaetano
Bresci, venuto di proposito dagli Stati Uniti d’America, portò a termine
con successo l’attentato contro Umberto I di Savoia, re d’Italia. Con
la morte di questi, il Bresci credeva di aver vendicato i morti di Milano del
1898.
In quell’anno, durante i tumulti popolari contro il carovita, il generale
Bava Beccaris, convinto di reprimere una manifestazione capeggiata dai socialisti,
aveva fatto sparare sulla folla, provocando ottanta morti, secondo stime
ufficiali, più di trecento secondo altre fonti. Umberto I insignì il generale
della Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia quale compenso per i servigi
resi alle istituzioni; attirò su di sé, in tal modo, le ire non soltanto dei socialisti
e degli anarchici, ma di tutti i democratici. Il gesto estremo di Bresci, in
cui si può dire che culminasse quella tensione politica che aveva attraversato
l’Italia negli ultimi anni dell’Ottocento (la cosiddetta “crisi di fine secolo”),
influì indubbiamente sull’affievolirsi della presa dei ceti più conservatori e
reazionari sulle istituzioni liberali. È vero, infatti, che queste cercarono di
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aprirsi, fin dagli albori del Novecento, alle esigenze delle classi popolari, particolarmente
in virtù della spinta innovatrice impressa da Giovanni Giolitti al
suo operato di uomo di governo, che favorì una nuova fase di rapporti tra lo
Stato liberale e il movimento operaio. Tale spinta innovatrice, pur se salutare
al consolidarsi di un costume democratico ancora in formazione nella storia
dell’Italia unita, non poteva, però, incrinare né minimamente scalfire quel
sentimento superiore di decoro, di «bon ton», di equilibrio determinato da
saggezza ed esperienza di millenni di vita nelle classi aristocratiche, borghesi
e, in parte, anche popolari di una città quale Palermo, una delle capitali, allora,
della cultura, del fasto e dello splendore del continente europeo, al centro
dell’attenzione, a livello internazionale, dei personaggi più rinomati del mondo
della politica, dell’arte, della sana e onesta imprenditoria.
Poche città raggiunsero quella grande notorietà che ebbe la Palermo
della «belle epoque», con quell’attrazione fatale che legarono alla corte di
un grande impresario anche teste coronate oltre che grandi della letteratura,
quale, ad esempio, Gabriele D’Annunzio: tale fu l’ambiente dei Florio,
con il fascino irripetibile di donna Franca, sia all’apice della sua fioritura sia
durante il tramonto.
Il progressismo di tale ambiente non poteva cancellare, però, l’impronta
prettamente feudale del rapporto tra popolo e istituzioni, né tanto meno
l’ispirazione patriarcale di una società troppo legata a una concezione del
potere quale dominio più che servizio per il bene della collettività.
Per questo, dinanzi all’omicidio di Umberto I (a parte che per la repulsione
dell’istinto violento di un gesto, anche se politico), specie nell’ambiente
sereno e dorato dei salotti palermitani, non si poteva provare che
orrore: orrore, sì, come dinanzi alla morte di un padre.
Il piccolissimo Giuseppe (che non aveva ancora compiuto quattro
anni) dovette avvertire un brivido dinanzi all’annuncio che ne fece bruscamente
il genitore. Ed ecco come rivive questo momento: «Ricordo benissimo
l’accento di quello che disse [il padre], ma non le parole ne il senso di
esse. Vedo invece ancora l’effetto che esse produssero (…) Ripeto che vedo tutte
le striature di luce e ombra del balcone, che odo la voce eccitata di mio padre
(…) che risento il senso di sgomento che tutti invase…»2.
2 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa - Racconti – Feltrinelli Editore, Milano, 1961, p. 99.
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* * *
Altri due ricordi infantili affiorano dai “Racconti”: l’eco familiare del terremoto
di Messina del 1908 e la visita a Favignana dell’imperatrice Eugenia.
Fu, soprattutto, l’evento altamente drammatico del sisma di straordinaria
intensità che, alle 5,20 del 28 dicembre 1908, colpì Messina, Reggio
Calabria e tutti i paesi della zona dello stretto a rimanere scolpito nella
memoria e nella coscienza del fanciullo dodicenne, già incline a considerare
la vita come una tragedia dagli sviluppi imprevedibili. Per la maggior parte
della popolazione, che dormiva nelle proprie case, non ci fu scampo. Nella
sessantina di scosse che seguirono alla prima, oltre il novanta per cento dei
fabbricati venne completamente distrutto: quasi 86.000 persone secondo
alcuni (150.000 secondo altri) morirono, seppellite vive nelle macerie delle
proprie case. In una sola giornata furono cancellate per sempre le testimonianze
architettoniche della storia millenaria di Messina.
L’opinione pubblica mondiale fu profondamente commossa dalla gravità
del disastro per le sue dimensioni, il numero delle vittime, le condizioni
spaventose nelle quali si trovarono i sopravvissuti. Offerte di aiuti e volontari
che giunsero da tutte le parti del mondo, dovettero fare i conti con
una città come Messina, ormai collassata su se stessa: non esistevano più
strade, seppellite sotto diversi metri di detriti. Personaggi di grande levatura,
come Giovanni Pascoli, Concetto Marchesi, Manara Valgimigli vissero
intensamente questo dramma sulla loro pelle, trovandosi “in loco” in virtù
del nobile esercizio di un magistero educativo che li impegnava nella Città
regina dello Stretto3.
Nella mia «Messina moderna» appaiono ampi stralci delle loro nobili
testimonianze4 che, per brevità, qui tralasciamo. Non vogliamo, tuttavia,
far mancare «la voce, toccante nella sua tragicità, di un poeta che rivive
quel dramma corale che segnò gli anni della sua fanciullezza: Salvatore
Quasimodo».
3 Cfr. S. Calleri - “Testimonianze letterarie sul sisma del 1908 – Memoria e identità” in
“Incontri mediterranei” anno VIII, n. 2, Pellegrini editore, Cosenza, p. 41.
4 Cfr. S. Calleri – “Messina moderna” – Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CZ),
1991, pp. 300 e segg.