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LA ZAMPATA DEL GATTOPARDO. I LUOGHI DELL'ANIMA. SOLITUDINE E RICERCA INTERIORE IN GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA.  -  SALVATORE CALLERI  -  ED. SCIALPI  -  EURO 16,00  - PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

 


IL PRESENTE VOLUME PUO' ESSERE RICHIESTO E ACQUISTATO SENZA SPESE DI SPEDIZIONE

 

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                                        COVER GATTOPARDO     

 

 

 

 

Ed ecco quei versi tratti dalla lirica “Al padre„: «…Il terremoto ribolle /

da tre giorni, e dicembre duragani / e mare avvelenato. Le nostre notti cadono

/ nei carri merci e noi bestiame infantile / contiamo sogni polverosi con i morti /

sfondati dai ferri, mordendo mandorle, / e mele disseccate a ghirlanda».

L’esperienza del sisma del 1908 fu sconvolgente per Giuseppe Tomasi

di Lampedusa, ancora dodicenne. Fin da allora egli ebbe la prova della

tragica fatalità di un destino che incombe su di noi fino al punto da indirizzarne

la piega degli eventi: proprio quella anànche degli antichi Greci di

cui apprese l’esistenza fin dai suoi primi approcci al mondo della cultura

classica. Dal tono triste e accorato dei “Racconti” affiora il dolore di una

creatura che sente fino allo spasimo la perdita non solo di parenti e amici,

ma della gioia in sé di vivere nel mistero dell’Essere: «Vedo (…) il grande

orologio a pendolo inglese di mio nonno che allora era posto nella grande

sala d’ingresso, fermo alla fatale ora di cinque e venti, e sento ancora uno

dei miei zii (credo Ferdinando, che andava matto per l’orologeria) spiegarmi

che si era fermato per il terremoto della notte scorsa. (…) Qualche giorno

dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto

il padre e la madre. Egli andò ad alloggiare dai miei cugini Piccolo, e ricordo

come andassi là a vederlo in una squallida giornata di pioggia invernale.

Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse

notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato. Vedo

mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde,

nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di

astrakan moiré. Grandi carri militari passavano per le strade per raccogliere

indumenti e coperte per i profughi; uno passò anche per Via Lampedusa,

e da un balcone di casa nostra mi fecero tendere ad un soldato che stava

all’impiedi nel carro e quasi al livello del balcone delle coperte di lana»5.

Ed ecco il ricordo dell’imperatrice Eugenia, nella villa di Favignana,

dove anche i Lampedusa, assieme al piccolo Giuseppe, furono ospiti dei

Florio: «Ricordo il sole accecante di quella mattina di luglio o di agosto.

Sulla veranda, che era riparata dal sole da grandi tende di tela arancione che

il vento di mare gonfiava e faceva sbattere come vele (ne sento lo schiocca-

5 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa – Racconti (già citato), pp. 99-100-101; Cfr. pure S.

Calleri – Testimonianze letterarie sul sisma del 1908 (già citate), p. 41.

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re), erano sedute, su sedie di vimini, mia madre, la signora Florio (la “divina

beltà” Franca), ed altre persone. Al centro del gruppo si trovava seduta

una vecchissima signora,assai curva e con un naso adunco, avvolta in veli

vedovili che si agitavano furiosamente al vento. Mi portarono dinanzi ad

essa che disse alcune parole che non capii, si curvò ancora di più e mi diede

un bacio sulla fronte […] Mi venne rivelato nel pomeriggio che la vecchia

signora era Eugenia, ex-imperatrice dei francesi, il cui Yacht si trovava alla

fonda davanti a Favignana»6.

* * *

Non esistono memorie, anche se compilate da persone a cui il destino

non ha riserbato le grazie della scrittura, che non racchiudano in sé valori

umani che rappresentano la ragion d’essere del nostro divenire sociale. Questa

verità fu chiara a Giuseppe negli anni dell’infanzia, della fanciullezza e

dell’adolescenza. Anche a confronto di altri, egli sentì, sì, di essere un privilegiato,

per gli agi che la sua condizione umana e sociale gli riservava; proprio,

però, quel paradiso terrestre in cui era vissuto avvertiva che sarebbe stato, per

lui, anche motivo di dolore e infelicità. A differenza di Stendhal (un grande

della letteratura molto vicino ai suoi gusti e alle sue esperienze di vita) che

sentì la sua infanzia come un tempo in cui subì «tirannia e prepotenza»

Giuseppe Tomasi di Lampedusa poteva di sé affermare: «Per me l’infanzia

è un paradiso perduto. Tutti erano buoni con me, ero il re della casa. Anche

personaggi che poi mi furono ostili allora erano “aux petits soins”.

Quindi il lettore (che non ci sarà) si aspetti di essere menato a spasso

in un Paradiso terrestre e perduto. Se si annoierà, non mi importa»7.

Gli anni del trapasso dalla fanciullezza all’adolescenza furono contrassegnati

da un altro avvenimento molto doloroso che s’incise profondamente

sia sull’ “iter” di vita familiare dei Lampedusa e dei Tasca-Filangieri, sia

sul processo psico-evolutivo della personalità del giovanissimo Giuseppe.

Il 2 marzo del 1911 la zia Giulia, sorella terzogenita della madre, donna

di grande fascino, con un’intensa vita mondana, sposata al Conte Romualdo

di Trigona di Sant’Elia, dama di corte della regina Elena, morì uccisa

6 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa – Racconti (già citato) p. 102.

7 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa, Racconti (già citati), p. 104.

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a pugnalate, per gelosia, in una stanza dell’albergo Rebecchino di Roma,

dal tenente dei “Cavalleggeri di Foggia” barone Paternò del Cugno, anche

lui siciliano. Un delitto torbido, dai risvolti oscuri, anche se chiare potevano

apparire le motivazioni di fondo: l’arrivismo, l’arroganza, assieme a un

istinto perverso, a una leggerezza di sentimenti, con intenti anche ricattatori

nell’uomo, una estrema disponibilità che, pur nel bovarismo, rendeva

tenera, generosa l’indole di una donna quale era Giulia, di una buona educazione,

sì, proprio per questo, però, votata al sacrificio, incapace di reagire

ai continui ricatti di lui, ma, soprattutto, di prevedere a quale bassezza di

livello morale sarebbe pervenuto l’amante.

E, tuttavia, un senso di pietà circonfuse questo dramma di vita, pur nel

senso di orrore destato nell’opinione pubblica per la viltà, la violenza del

gesto di un uomo, resosi indegno del nome che portava, del suo ruolo in

seno alla società, alle istituzioni. Pietà, soprattutto, per il sangue innocente

versato, per l’onore delle famiglie coinvolte nel tragico episodio.

Uno scandalo di forte risonanza, soprattutto in Sicilia, a Palermo dove sarebbe

divenuto l’argomento del giorno, al centro delle chiacchiere di tutti i ceti.

Oltre all’aspetto affettivo-morale nelle risonanze dell’episodio c’è da

considerare anche quello economico-sociale, per un processo di decadenza,

sempre più accentuato (a parte le ragioni storiche generali che ne erano alla

base) che coinvolse particolarmente il versante più in auge della famiglia di

Giuseppe: quello Cutò appunto. In casa Cutò – una famiglia già così atipica

rispetto alle altre famiglie dell’aristocrazia siciliana – l’unico maschio,

Alessandro, nato ventidue anni prima dello scrittore, si era dedicato alla

politica «con impeto certamente esente da ogni calcolo di adattamento

tancrediano o consalvesco, cioè da quella forma di simonia teorizzata (ma

mai messa in pratica personalmente) oltre mezzo secolo dopo dal nipote

scrittore», come acutamente rileva Giuseppe Paolo Samonà, illustrandone

l’aspetto tipico di «baratto di suggestioni e seduzioni aristocratiche con

vantaggi pratici nella società borghese»8.

In controtendenza con le scelte compiute dalla maggior parte delle famiglie

aristocratiche dell’epoca, Alessandro Tasca, socialista fin da giovanis-

8 Cfr. G. P. Samonà – Il Gattopardo – I Racconti – Lampedusa – Editrice La Nuova

Italia, Firenze, 1974, p. 434 (testo e nota 8).

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simo, fu fondatore e finanziatore del settimanale politico «La Battaglia»,

deputato nel parlamento nazionale prima della corrente di Turati e poi bissolatiano.

Annota in proposito Andrea Vitello: «…per seguire le sue idee di sinistra,

sacrificò un patrimonio. Sposò la contessa polacca Teresa La Keze

Woka – Lakrzeska (…). Mettendo la sorella davanti al fatto compiuto, vendette

il palazzo Cutò di S. Margherita Belice»9.

Ebbero una certa influenza su Giuseppe Lampedusa le idee del deputato

riformista (“ma ultrarivoluzionario per la Palermo aristocratica del primo

Novecento”)?10

È arbitrario formulare ipotesi in proposito. Quel che appare certo è

che lo zio materno, amato anche da Beatrice Tomasi, esercitò un notevole

fascino su di lui.

Ciò fece giustificare allo scrittore ormai maturo la vendita per lui molto

dolorosa del palazzo di S. Margherita Belice, causa non ultima dell’accelerata

decadenza dei Cutò, dandone la colpa ad altri parenti (borghesi) in

essa cointeressati piuttosto che ad Alessandro.

«…Al di là dei motivi squisitamente individuali e della stessa propensione

per la famiglia materna…l’affetto e l’«indulgenza» per lo zio sembrano

anche un sintomo di quella insofferenza verso l’ambiente siciliano che

lo scrittore dovette cominciare a patire in giovanissima età»11.

Attrazione e repulsione come l’atteggiamento dell’ “Odi et amo” di Catullo

verso la sua Lesbia, convivono in simbiosi nella tormentata intimità di

Giuseppe Lampedusa verso la propria terra: quella che lo vide nascere, soffrire

ed amare, determinandone formazione, gusti, anche quando la sua ricerca

interiore, spasmodicamente, si protendeva verso l’Europa e il mondo.

La sicilianità, cifra inconfondibile del Lampedusa uomo e scrittore,

come nei personaggi di Verga, non poteva escludere, sia come identità fisionomica,

sia come movente di ispirazione, la universalità di una visione

umana e religiosa insieme, pur se con radici profondamente laiche.

9 Cfr. A. Vitello – I Gattopardi di Donnafugata – Palermo – Flaccovio, 1963, pp. 194-195.

10 Cfr. G. P. Samonà, ibidem.

11 Cfr. G. P. Samonà, ibidem, p. 435.

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Questo tratto distintivo di una religione civile apparve netto nella coscienza

lampedusiana, ancora in fase di maturazione, fin dal 2 marzo del

1911, quando si consumò l’orrendo fatto di sangue che funestò la famiglia

e la società dell’epoca con l’uccisione della zia Giulia. Non fu soltanto

Beatrice Tomasi, che amava molto la sorella, a soffrirne, ma anche il figlio

allora quindicenne.

Questa amara esperienza contribuì certamente «a fargli percorrere la

sua strada, di uomo solitario e riservato, suggellando bruscamente gli incontri

di un’infanzia appartata ma illuminosa»12. Questa presa di coscienza

del giovanissimo Lampedusa influì in modo determinante su quella

«acrimonia» che si può definire la cifra distintiva dello scrittore nel giudizio

sull’ambiente siciliano. È una «carica critica» talora feroce, anche se

silenziosa e nascosta, più che «una venatura» che affiora nel suo capolavoro.

Tale apparve “Il Gattopardo” quando la sua pubblicazione scompaginò

gli equilibri della concezione del romanzo, così come era stata precedentemente

formulata, per farne oggetto di profonda meditazione, tormento

spirituale, protesta per una coscienza violata più che esercizio, pur se elegante,

di creazione accademica. «All’apparir del vero, tu misera cadesti…»:

il credo laico, religioso ma profondamente umano del Leopardi quale rivive

in questo verso, nutrì il sentimento e la fantasia del Lampedusa fin da

quell’esperienza del 2 marzo 1911 che segnò profondamente la sua formazione

giovanile indirizzandone per sempre le scelte di vita.

2. A dolescenza e giovinezza – Gli studi – La guerra – Palermo

e la “belle epoque” – Tomasi di Lampedusa e il Fascismo

Il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza fu in un certo senso traumatico

per chi si vedeva costretto a lasciare i luoghi più cari dell’infanzia:

l’avita casa di Palermo e quella di Santa Margherita, «con le sue escursioni

e le cene (altrui)» (di cui si ha nei “Luoghi” una rappresentazione molto

efficace nei suoi effetti descrittivi); questi luoghi erano infatti per Giuseppe

«il paradiso perduto» dei suoi anni verdi: il piedistallo dello svolgimento

12 Cfr. G. P. Samonà, ibidem, p. 433.

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iniziale della sua vita interiore prima che le vicende travagliate in cui sarebbe

stato coinvolto lo avrebbero proiettato in uno scenario più vasto: quello

dell’Europa e del mondo.

Frattanto si snoda l’ “iter” singolare dei suoi studi, di cui si hanno limitate

notizie. Sappiamo soltanto che frequentò il Liceo statale “Garibaldi” di

Palermo e che, fin da allora, rivelò la sua passione per la lettura che, assieme

al suo spirito meditativo, alla sua ricchezza di interessi inserita in un contesto

storico-letterario di respiro europeo, lo avrebbe avviato a divenire quel

«mostro» di cultura quale apparve ai parenti e agli amici nell’età matura.

Da quegli anni di raccoglimento sarebbe germinato il futuro scrittore del

“Gattopardo”, dei “Racconti”, il saggista delle lezioni di Letteratura di cui

avrebbe fatto dono spirituale ai suoi giovani amici e allievi negli ultimi anni

della sua vita.

Una delle pochissime frasi dei “Luoghi” di memoria direttamente autobiografica

ci fornisce la prova di questa passione: «…Fino al liceo passai

tutti i miei pomeriggi dai miei nonni paterni, a via Lampedusa, seduto nel

salone dietro un paravento, a leggere»13.

Le notizie sui suoi studi universitari sono ancora più limitate; contribuì

a tale aspetto nebuloso, in sede conoscitiva, anzitutto la scelta di un

indirizzo: la facoltà di giurisprudenza non propriamente congeniale ai suoi

interessi di studio: scelta che gli era stata in un certo senso imposta (o per

lo meno consigliata) dalla famiglia, particolarmente dal padre, che pensava

di fare di lui un insigne diplomatico, come lo zio Pietro Tomasi della

Torretta (patrigno della futura moglie dello scrittore) che fu un incaricato

d’affari italiano in Russia nel 1917, ministro degli Esteri nel 1921-1922 nel

governo Bonomi, ambasciatore a Londra e, dopo una parentesi di emarginazione

dalla vita pubblica durante il Fascismo, presidente del Senato nel

1944 e senatore di diritto nella prima legislatura repubblicana. A tale difficoltà

di “iter” negli studi universitari contribuì pure la coincidenza con

gli anni della prima guerra mondiale (i cui eventi lo avrebbero interamente

coinvolto essendogli costata pure una dolorosa prigionia); soprattutto,

però, a mio avviso, costituì un ostacolo a uno svolgimento regolare degli

studi universitari la sua vocazione di libero battitore nella sua formazio-

13 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa – “Racconti” (già citati), p. 139.

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ne interiore, che esula dagli schemi rigidi e stereotipati dell’impostazione

prettamente accademica. In proposito, sappiamo solo di una sua iscrizione

per l’anno accademico 1914-15 alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università

di Genova, di un suo trasferimento nell’aprile del 1915 all’Università

di Roma, dove nel 1919, a guerra finita, avrebbe sostenuto un solo esame,

superandolo con il voto di 32/50.

Molto più tardi, nel 1942, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università

di Palermo: città che, però, era ormai sottoposta ai massacranti, continui

bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale: anche ciò fu un

ostacolo a proseguire in un indirizzo di studi che indubbiamente appariva

conforme alle sue aspirazioni.

Non confermate le notizie di una eventuale iscrizione di Giuseppe

all’Università di Torino: notizie fornite da alcuni giornali, enciclopedie,

dizionari biografici, ecc. Una fonte per il suo “curriculum” di studi è costituita

dalle ricerche compiute da Andrea Vitello che ce ne parla in una sua

intervista a Giuseppe Quatriglio, nel “Giornale di Sicilia” del 2 aprile 1970.

Lo stesso Quatriglio ci fornisce notizie relative alla partecipazione del Nostro

alle vicende della prima guerra mondiale.

Eccole: «Il 27 novembre (G. Tomasi di Lampedusa: n. dell’autore) è

chiamato alle armi; rimase tuttavia in attesa del corso di “volontario di un

anno”, una forma privilegiata di arruolamento che, mediante una tassa, consentiva

il servizio nella città di residenza. Ma, data la guerra, il corso iniziò a

Messina il 21 gennaio 1916: nel novembre è ad Augusta. Il 5 maggio 1917

a Torino iniziò il corso A. U. e, nominato aspirante sottotenente, partì in

settembre per il fronte al quale venne destinato. Poi la prigionia, un anno

esatto: dall’11 novembre 1917 all’11 novembre 1918. Rientrò in servizio a

Casale Monferrato, dal 14 gennaio 1919 al 26 febbraio 1920. Da tale data,

sino all’inizio della seconda guerra, eccettuate tre brevissime chiamate di

controllo, fu e rimase un civile».

Nei “Gattopardi di Donnafugata” sugli episodi della prigionia e

dell’evasione si legge: «Sull’Alto Adige, una postazione d’avvistamento

era rimasta tagliata fuori: mentre verso l’alba veniva tentata un’azione di

riallacciamento spezzando la linea nemica, fu colto di sorpresa. Sentì un

colpo sul braccio destro che teneva la pistola con la quale aveva sparato,

uccidendo un austriaco. Poi, un gran colpo sull’elmetto. Il calcio d’un fucile

austriaco lo stordì. Svenne. Quando si riprese, si ritrovò in un bosco:

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