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LA ZAMPATA DEL GATTOPARDO. I LUOGHI DELL'ANIMA. SOLITUDINE E RICERCA INTERIORE IN GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA. - SALVATORE CALLERI - ED. SCIALPI EDITORE - www.scialpieditore.eu      

EURO 16,00   vedi anche   www.youtube.com/user/infolibri/feed

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Vi offriamo una breve lettura del primo capitolo e per tutte le informazioni sul libro e per richiedere copia scrivete al seguente indirizzo email salvatore_calleri@virgilio.it  oppure info_libri@virgilio.it 


 

COVER GATTOPARDO 

 

 

 

 

 

SALVATORE CALLERI

 

LA ZAMPATA

 

DEL GATTOPARDO

 

I LUOGHI DELL’ANIMA

 

 

solitudine e ricerca interiore


in giuseppe tomasi di lampedusa

 

GuidoScialpiEditore

2010

© Diritti riservati a termini di legge

per informazioni: info_libri@virgilio.it

In copertina:

C. Cardinale e B. Lancaster in una scena tratta dal film “Il Gattopardo”, di L. Visconti (1963)

© Reporters Associati s.r.l.

Ideazione grafica a cura di E. Bernardini

Abbreviazioni

G. – Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo (completo)

Edizione conforme al manoscritto del 1957, Milano Feltrinelli, 1969

Edizione speciale per la Repubblica (Novecento 52)

© 2002 MEDIASAT /MOS BOO KS/

E uromeeting Italiana per questa edizione il cui testo è quello da noi seguito per le citazioni

R . – Giuseppe Tomasi di Lampedusa Racconti, (Milano, Feltrinelli, 1961)

Proprietà letteraria riservata compresi i diritti di traduzione per tutti i Paesi stranieri.

Guido Scialpi Editore

Via Saronno 65 - 00188 RO MA

www.scialpieditore.eu

Stampato nel mese di ottobre dell’anno 2010

 

 

 PREMESSA

 

Palermo, 28/01/2010

 

Prof. Salvatore Calleri

Via degli Olivi, 56 – 00171 – Roma

 

Caro professore, ho ricevuto la sua lettera di sollecito ed ho aperto il

pacco che era in giacenza. Ho provato una punta di commozione leggendo

la sincerità e schiettezza della sua esposizione. Pertanto quando ho affrontato

la lettura ero in una buona disposizione d’animo e questa si è mantenuta

fino alla conclusione del suo testo […]. Il suo testo è indubbiamente

lodevole. In particolare per la ricostruzione dell’accoglienza originaria del

“Gattopardo” in Italia. È indubbiamente una quota importante della storia

critica del libro. Fortunatamente non la più importante. Il “Gattopardo”

all’estero è il solo romanzo italiano del secondo Novecento e con l’attuale

diffondersi degli studi di letteratura comparata il libro rappresenta la letteratura

italiana del tempo e tutti, dico tutti gli altri scrittori, la rappresentano

in misura minore di Lampedusa […].

Caro Professore, ripeto la sua lettera mi ha commosso, e sono disposto

a scrivere una cartella di prefazione (sarà breve ma motivata). Il suo libro

è utile e riporta alla memoria tanti eventi degli anni Sessanta che avevamo

dimenticato. Sono passati cinquant’anni e la cosa è del tutto giustificata

[…]. Voglia gradire i miei complimenti ed i miei cordiali saluti

Gioacchino Lanza Tomasi

 

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PREFAZIONE

 

A 52 anni dalla pubblicazione del Gattopardo, novembre 1958, il romanzo

è ancora in libreria. Sono state fatte nuove traduzioni in spagnolo, tedesco,

francese, israeliano, giapponese, nuove edizioni in inglese sul testo definitivo

del 2003 comprendente i frammenti espunti, ed anche la saggistica non si

è estinta. In gran parte si tratta di saggi ripetitivi, come avviene quando si

pensa di dover intervenire su un argomento già sviscerato, senza partire da un

riesame della letteratura sul caso, che è ormai imponente. Fra i testi ricevuti

di recente mi è pervenuto La zampata del Gattopardo I luoghi dellanima

di Salvatore Calleri. Considerando quanto è uscito nella ricorrenza cinquantenaria

(2007 cinquantenario della morte, 2008 della pubblicazione, 2009

del Premio Strega) il saggio di Calleri si distingue per aver ripreso con certa

acribia e freschezza il cinquantenario della fortuna critica. Laddove gli autori

sono per solito tentati di riprendere come scontati i giudizi già emessi,

Calleri si è riletto le recensioni degli anni 1959-1960 e ne ha tratto alcune

conclusioni rispettabili e tutt’altro che scontate. Successivamente ad un mio

apprezzamento per il suo lavoro Calleri mi ha anche inviato un suo lavoro di

storia locale Savoca segreta. Confesso di avere un grande rispetto per questo

tipo di pubblicazioni. La storia dei piccoli centri dei nostri regni meridionali

è una narrazione che ci pone davanti a microcosmi affascinanti. Ed è da uno

studio di questi testi, redatti senza un precedente che funga da guida critica,

che si può riprendere la vera storia delle nostre comunità. Una vera storia che

convive con la facciata della storia, come è appunto il caso del Gattopardo.

Falsa storia, come denuncia Lampedusa, perché la storia delle annessioni è

una storia ufficiale ove la verità si ammanta da bollettino di vittoria, dove i

vinti scompaiono ed i vincitori sono investiti di ogni lungimiranza politica,

e questo ancor si può fare, ma si esagera quando questa lungimiranza viene

contestualmente omologata a sola linea etica possibile delle sorti magnifiche

 

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progressive. La storia del meridione è anche storia di prepotenza e sopraffazioni,

in cui una civiltà debole soccombe ad una civiltà forte e, all’apparenza,

vien spazzata via. Sì “i cannoni rigati di Cialdini” hanno avuto la meglio sulla

difesa di Gaeta, ma il brusio dei vinti si è trasformato in una partecipazione

senza affetto, e di conseguenza in una elisione sotterranea dei valori comuni.

La costituzione della Repubblica, come spiega Lampedusa, non è stata redatta

dalle comunità meridionali, e queste non si sentono vincolate ai valori che

essa esprime.

La letteratura siciliana presenta tanti indizi, emergenze emotive di un

dissenso interiore, nel racconto degli ultimi centocinquant’anni dalla “fausta

annessione”. Sono proprio gli scrittori, con un inciso, un commento a rivelare

l’adesione torpida dei vinti. Un Malavoglia, ci racconta Verga, muore

nelle acque fredde di Lissa senza che lui ed i suoi riescano a comprendere

né il come né il perché. Ora, sulle orme di un fondo identitario incerto, un

ricercatore come Calleri, un ricercatore di storia locale, può aiutarci a comprendere

l’altra faccia della medaglia, la doppia lealtà siciliana: Il principe

di Salina è unitario a suo modo, perché il processo si è dimostrato irreversibile,

e frondista nella poca o nessuna adesione ai valori liberal-democratici

del nuovo assetto politico.

L’ ”uomo nuovo come dev’essere” è un mascalzone, e il meno che si

possa dir di lui è che è un’opportunista, ma l’uomo vecchio, Ciccio Tumeo

o l’erbuario don Pietrino, portavano dei valori che meritavano maggior

considerazione. Si sentivano rappresentati in una società di cui accettavano

l’iniquità e di cui avrebbero ancor meno accettato le prepotenze nascoste

sotto la retorica di principi nient’affatto praticati. Attraverso questa lente,

quella degli umili che non pretendono di spararle grosse, Calleri passa in

rassegna la ricezione critica del Gattopardo.

È la voce dello storico locale, di un uomo radicato nella propria comunità,

e in questo contesto è voce nuova e sincera ad un tempo. E conferma ancora

una volta un segreto del libro più popolare del nostro novecento. Quel

talento di Lampedusa di sollecitare le tante identità, le coesistenze culturali

di cui il siciliano è ricco più di ogni altro. Quella sua antica autentica e terrificante

sapienza, quel sarcasmo agghiacciante della letteratura siciliana postunitaria,

da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa.

 

Gioacchino Lanza Tomasi

 

________________________________________________________________________

 

PARTE PRIMA

 

VITA

 

Un’autobiografia attraverso

“I luoghi della mia prima infanzia„

1. I ricordi: infanzia, fanciullezza e adolescenza

 

Il 23 dicembre 1896, a Palermo, nell’aristocratico palazzo Lampedusa,

si compiva un lieto evento: la nascita di Giuseppe Tomasi, secondogenito

del principe Giulio Maria Fabrizio di Lampedusa, duca di Palma, e di Beatrice

Mastrogiovanni Tasca Filangieri dei principi di Cutò.

La sorellina Stefania, di tre anni maggiore di lui, morì pochi giorni

dopo la nascita di Giuseppe.

Fin dall’infanzia, il nuovo rampollo di due aristocratici di spicco, rari

esponenti del Gotha nobiliare italiano1, avvertì il peso della solitudine: già

 

 

 

1 Non è facile riassumere in una semplice nota l’ “iter„ storico di una famiglia che annovera

fra i suoi personaggi di spicco un principe astronomo (Giulio Fabrizio di Salina,

bisnonno dello scrittore), un duca-santo (Giulio Tomasi Palma, di cui si parla

nel Gattopardo, a proposito del suo rigoroso ascetismo), una beata (Isabella, figlia del

duca-santo, beatificata da Pio VI un secolo dopo la sua morte), un santo autentico (il

cardinale Giuseppe Tomasi, fratello di Isabella, beatificato nel 1803, ma divenuto santo

solo nel 1986) un diplomatico (Pietro Tomasi della Torretta, ministro degli Esteri nel

1921-22, ambasciatore a Londra, presidente del Senato nel 1944).

Per il Tanturri i Tomasi «discendono dal principe bizantino Thomaso, detto Leopardo,

cadetto della casa imperiale, che, come altri cavalieri orientali, arrivò in Italia dove

si erano insediate numerose colonie bizantine (…). I Leopardi di Recanati, quelli del

poeta di uno dei versi più ammirati della letteratura italiana, del naufragar m’è dolce in

questo mare, appartengono allo stesso ceppo (…).

I Tomasi sono, in un primo momento della loro storia, residenti a Capua, vengono

dall’antica Campania felix (…).

Mario Tomasi partirà di là per scendere poi lungo la penisola fino alla Sicilia, tra i

grandi dignitari del Viceré Colonna nel tardo Cinquecento. Come tutti i cavalieri che

seguono un principe in conquista ottiene i primi possedimenti feudali…» (cfr. R Tanturri

– Il Gattopardo Innamorato – Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CZ), 2000,

p. 10).

 

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la condizione di figlio unico, così diversa per i bambini di alcuni decenni

fa da quella dei bimbi di oggi, caratterizzava, specialmente all’inizio di un

“iter” esistenziale svolgentesi tra Ottocento e Novecento in una famiglia

dell’alta nobiltà isolana, uno status psico-fisico del tutto particolare, la cui

nota costante sarebbe stata una ricerca disperata di affetti.

Esigenze interiori, queste, che, per Giuseppe, dotato di un’indole ipersensibile,

non potevano essere soddisfatte dal padre, uomo molto intelligente

senza dubbio, ma alieno da manifestazioni espansive profonde, da

interessi culturali autentici, pur se figlio di un figlio dell’insigne astronomo

(personaggio, quest’ultimo, scelto dal futuro scrittore, quale protagonista

del capolavoro della sua narrativa: “Il Gattopardo”) e di una cugina materna

del padre (aveva, quindi, una doppia dose di sangue Guccia, la famiglia

cui apparteneva la nonna Stella).

Difettava, ancora, in Giulio Maria Fabrizio quel senso pratico che, se

non fosse stato rivolto all’astrattezza, avrebbe potuto ostacolare la frana di

un patrimonio familiare immenso.

Pur tuttavia Giuseppe professò sempre sentimenti di affetto filiale, sia

pure moderato, per il padre.

Molto più profondo, invece, il sentimento che lo legava alla madre,

donna di grande intelligenza e di rara sensibilità; la sua maternità, istintiva

e insieme raffinata, fece di questo bimbo, fino a quando sarebbe divenuto

uomo maturo, il suo idolo, il “bijou” (gioiello) dei suoi anni giovanili, che

tale sarebbe rimasto nella sua sensazione di donna nell’estrema maturità.

Questo trasporto intenso per una madre, possessiva, sì, per certi aspetti, ma

sempre tenera e generosa, alimentò spiritualmente tutte le fasi dell’ “iter„

esistenziale di Giuseppe: motivo di gioia e dannazione insieme, che avrebbe

condizionato, in un certo senso, le scelte della sua vita.

I “Ricordi” ci faranno vedere sempre viva e palpitante questa figura

materna anche quando la disperata ricerca d’amore di Giuseppe avrebbe

trovato un approdo sicuro nella raffinatezza, nella sensibilità sia pure nordica

ma sempre intrinsecamente rivolta al sublime, pur con aspetti esteriori di

senso pratico, della sua Licy (Alessandra Wolff Stomersee, donna di grande

intellettualità e coerenza nelle sua scelte di vita, che sarebbe divenuta sua

moglie).

Solitudine e ricerca interiore rappresentano, quindi, le due componenti

essenziali dello svolgimento di un “iter„, quello di Giuseppe, dagli anni più

 

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teneri fino alla maturità. Componenti che affondano le loro radici in un sentimento

del dolore che potremmo definire metafisico, ma che diventa sostanza

di vita vissuta nello scorrere di vicende travagliate, dominate da un’esigenza,

sempre più acuita, fino all’ultimo sospiro, di conquiste interiori, artistiche

e insieme affettive, che non riusciranno a essere interamente appagate.

Solo l’amore della sua Licy, assieme al ricordo della madre, e, proprio

negli ultimi anni, l’amicizia di giovanissimi allievi, desiderosi di apprendere

da lui, che, con la sua grande cultura e raffinatezza di gusto, impartiva loro

con impegno e passione lezioni di letteratura, particolarmente inglese, francese

e russa, avrebbero recato un sollievo alla sua “pena„ di vivere e dato un

significato alla sua esistenza.

Uno di questi allievi, il nipote Gioacchino Lanza Tomasi, giovane di

rare qualità di mente e di cuore, sarebbe divenuto poi suo figlio adottivo. A

lui l’onere e insieme l’onore di tutelare il patrimonio spirituale del padre:

compito che Gioacchino ha sempre assolto con grande impegno, capacità

e dignità.

* * *

 

L’ “iter” dei ricordi di Giuseppe scrittore si snoda da una data tragica

della storia italiana: il 29 luglio 1900, quando, a Monza, un anarchico, Gaetano

Bresci, venuto di proposito dagli Stati Uniti d’America, portò a termine

con successo l’attentato contro Umberto I di Savoia, re d’Italia. Con

la morte di questi, il Bresci credeva di aver vendicato i morti di Milano del

1898.

 

In quell’anno, durante i tumulti popolari contro il carovita, il generale

Bava Beccaris, convinto di reprimere una manifestazione capeggiata dai socialisti,

aveva fatto sparare sulla folla, provocando ottanta morti, secondo stime

ufficiali, più di trecento secondo altre fonti. Umberto I insignì il generale

della Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia quale compenso per i servigi

resi alle istituzioni; attirò su di sé, in tal modo, le ire non soltanto dei socialisti

e degli anarchici, ma di tutti i democratici. Il gesto estremo di Bresci, in

cui si può dire che culminasse quella tensione politica che aveva attraversato

l’Italia negli ultimi anni dell’Ottocento (la cosiddetta “crisi di fine secolo”),

influì indubbiamente sull’affievolirsi della presa dei ceti più conservatori e

reazionari sulle istituzioni liberali. È vero, infatti, che queste cercarono di

 

 

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aprirsi, fin dagli albori del Novecento, alle esigenze delle classi popolari, particolarmente

in virtù della spinta innovatrice impressa da Giovanni Giolitti al

suo operato di uomo di governo, che favorì una nuova fase di rapporti tra lo

Stato liberale e il movimento operaio. Tale spinta innovatrice, pur se salutare

al consolidarsi di un costume democratico ancora in formazione nella storia

dell’Italia unita, non poteva, però, incrinare né minimamente scalfire quel

sentimento superiore di decoro, di «bon ton», di equilibrio determinato da

saggezza ed esperienza di millenni di vita nelle classi aristocratiche, borghesi

e, in parte, anche popolari di una città quale Palermo, una delle capitali, allora,

della cultura, del fasto e dello splendore del continente europeo, al centro

dell’attenzione, a livello internazionale, dei personaggi più rinomati del mondo

della politica, dell’arte, della sana e onesta imprenditoria.

Poche città raggiunsero quella grande notorietà che ebbe la Palermo

della «belle epoque», con quell’attrazione fatale che legarono alla corte di

un grande impresario anche teste coronate oltre che grandi della letteratura,

quale, ad esempio, Gabriele D’Annunzio: tale fu l’ambiente dei Florio,

con il fascino irripetibile di donna Franca, sia all’apice della sua fioritura sia

durante il tramonto.

Il progressismo di tale ambiente non poteva cancellare, però, l’impronta

prettamente feudale del rapporto tra popolo e istituzioni, né tanto meno

l’ispirazione patriarcale di una società troppo legata a una concezione del

potere quale dominio più che servizio per il bene della collettività.

Per questo, dinanzi all’omicidio di Umberto I (a parte che per la repulsione

dell’istinto violento di un gesto, anche se politico), specie nell’ambiente

sereno e dorato dei salotti palermitani, non si poteva provare che

orrore: orrore, sì, come dinanzi alla morte di un padre.

Il piccolissimo Giuseppe (che non aveva ancora compiuto quattro

anni) dovette avvertire un brivido dinanzi all’annuncio che ne fece bruscamente

il genitore. Ed ecco come rivive questo momento: «Ricordo benissimo

laccento di quello che disse [il padre], ma non le parole ne il senso di

esse. Vedo invece ancora leffetto che esse produssero (…) Ripeto che vedo tutte

le striature di luce e ombra del balcone, che odo la voce eccitata di mio padre

(…) che risento il senso di sgomento che tutti invase…»2.

2 Cfr. G. Tomasi di Lampedusa - Racconti – Feltrinelli Editore, Milano, 1961, p. 99.

 

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* * *

 

 

Altri due ricordi infantili affiorano dai “Racconti”: l’eco familiare del terremoto

di Messina del 1908 e la visita a Favignana dell’imperatrice Eugenia.

Fu, soprattutto, l’evento altamente drammatico del sisma di straordinaria

intensità che, alle 5,20 del 28 dicembre 1908, colpì Messina, Reggio

Calabria e tutti i paesi della zona dello stretto a rimanere scolpito nella

memoria e nella coscienza del fanciullo dodicenne, già incline a considerare

la vita come una tragedia dagli sviluppi imprevedibili. Per la maggior parte

della popolazione, che dormiva nelle proprie case, non ci fu scampo. Nella

sessantina di scosse che seguirono alla prima, oltre il novanta per cento dei

fabbricati venne completamente distrutto: quasi 86.000 persone secondo

alcuni (150.000 secondo altri) morirono, seppellite vive nelle macerie delle

proprie case. In una sola giornata furono cancellate per sempre le testimonianze

architettoniche della storia millenaria di Messina.

L’opinione pubblica mondiale fu profondamente commossa dalla gravità

del disastro per le sue dimensioni, il numero delle vittime, le condizioni

spaventose nelle quali si trovarono i sopravvissuti. Offerte di aiuti e volontari

che giunsero da tutte le parti del mondo, dovettero fare i conti con

una città come Messina, ormai collassata su se stessa: non esistevano più

strade, seppellite sotto diversi metri di detriti. Personaggi di grande levatura,

come Giovanni Pascoli, Concetto Marchesi, Manara Valgimigli vissero

intensamente questo dramma sulla loro pelle, trovandosi “in loco” in virtù

del nobile esercizio di un magistero educativo che li impegnava nella Città

regina dello Stretto3.

Nella mia «Messina moderna» appaiono ampi stralci delle loro nobili

testimonianze4 che, per brevità, qui tralasciamo. Non vogliamo, tuttavia,

far mancare «la voce, toccante nella sua tragicità, di un poeta che rivive

quel dramma corale che segnò gli anni della sua fanciullezza: Salvatore

Quasimodo».

3 Cfr. S. Calleri - “Testimonianze letterarie sul sisma del 1908 – Memoria e identità” in

“Incontri mediterranei” anno VIII, n. 2, Pellegrini editore, Cosenza, p. 41.

4 Cfr. S. Calleri – “Messina moderna” – Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CZ),

1991, pp. 300 e segg.

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