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Conobbi Vincenzo Cerami nel mese di maggio del 2002 a casa del poeta Vito Riviello, a Roma,durante la presentazione di un libro firmato da Lidia, sua figlia, con la quale ero entrata in amicizia tramite un altro grande artista, e mio caro amico, Thor Vilhjalmsson celebrato scrittore e poeta islandese.

 

Ricordo che simpatizzammo subito e, in particolare, che egli amava fare delle simpatiche battute su di me, mettendo in evidenza alcuni aspetti del mio carattere, e del mio modo di fare, o forse proprio del mio modo di essere!

Fu un incontro breve quello, ma dopo qualche mese, lo contattai, sempre attraverso Lidia (Riviello n.d.r.) per chiedergli un’intervista.

Si ricordò subito di me e fissammo in un istante l’appuntamento nel suo studio di lavoro a Via Lorenzo Valla nel cuore di Trastevere.

Lì mi accolse, in una sala dell’appartamento, vicino all’ingresso, tra cavi e fili vari, con tante persone che gli lavoravano intorno, operatori di televisione ed un regista, Stefano Consiglio, che firmava quelle riprese televisive per Rai Sat.

L’intervista televisiva, in realtà, stava volgendo già al termine e durò molto poco la mia attesa prima che “il Maestro” si dedicasse a me.

Era ora di pranzo e, da galantuomo, mi invitò a condividere con lui il pasto in un ristorantino lì sotto: lui prese un piatto di pastasciutta, che finì tutta, io un’insalata di rucola, che rimase tutta nel piatto.

Tra un boccone e l’altro rispondeva alle mie domande con una precisione tale che mi lasciava meravigliata…

Aveva un fascino tutto suo e il suo parlare, il suo modo di esprimersi, lo rendeva unico: pensavo che fosse una rarità un uomo così!

Gli scattai alcune foto, in primo piano, che conservo ancora e di cui una, molto accattivante, fu posta fra le pagine  della rivista che pubblicava “il resoconto” del nostro incontro e della nostra conversazione, Il laboratorio del Segnalibro, diretta da Bruno Fontana.

L’intervista, un percorso durante il quale affrontammo diverse tematiche, mi aiutò a conoscere meglio Vincenzo Cerami e ad accrescere la nostra amicizia… Di lui mi colpirono la sua sensibilità, la sua particolare intelligenza, la sua vasta cultura, la sua voce, così ben impostata, e il suo parlare chiaro e deciso, e ancora la sua semplicità e la sua umiltà. Già, l’umiltà, caratteristica tipica dei “grandi” e Vincenzo lo era, davvero, un “grande”.

La nostra conversazione, e anche il nostro pranzo, giunsero al termine e, prima di salutarci, parlando ancora un po’, gli chiesi di firmarmi il suo libro che era appena uscito e che avevo portato con me, “Pensieri così”, che la casa editrice Garzanti mi aveva inviato.

Mi riconsegnò il volume chiuso, dopo aver scritto e firmato qualcosa… ma non lo aprii subito…

Ci salutammo con la promessa che all’uscita della rivista lo avrei ricontattato, per consegnargli brevi mano la copia pubblicata e così fu…

(La rivista, un trimestrale di cultura e informazione editoriale, uscì nel mese di marzo del 2003 e l’intervista, pubblicata su due pagine fra le quali spiccava il bel primo piano che gli scattai nella trattoria, subito dopo pranzo, fu intitolata “Parole da film” con accanto la locandina del suo capolavoro “La vita è bella”.)

Ero sul treno che mi riportava a casa dopo un’indimenticabile, intensa giornata di lavoro, quando aprii il suo bel libro sulla pagina dove aveva firmato la sua dedica per me e le sue parole, inattese, davvero mi commossero:

A Elisabetta “Buongiorno Principessa!”

Vincenzo Cerami

 

 

 

 

 

Intervista a Vincenzo Cerami

Pubblicata nel mese di marzo 2003 su Il laboratorio del Segnalibro

 

 

PAROLE DA FILM

di Elisabetta Bernardini

 

Ho fissato un appuntamento con Vincenzo Cerami per la tarda mattinata presso il suo studio, in una tranquilla area residenziale nel cuore di Trastevere.

Nonostante sia già autunno l’aria è calda e a quell’ora, l’ora di pranzo, le strade fuori dal centro sono quasi tutte praticamente deserte e avvolte nel silenzio…

Arrivo puntuale come prestabilito e ad accogliermi insieme a lui c’è, con mia grande sorpresa, anche un’intera troupe televisiva che sta realizzando un lavoro per Rai Sat.

Facendo attenzione a non inciampare nei cavi elettrici che dal corridoio portano alla momentanea “sala di posa”, cammino fino al sofà dove posso sedermi e guardare la registrazione. Le luci soffuse fanno da sfondo al primo piano di Vincenzo seduto davanti a me e ripreso sul monitor della TV, le sue parole catturano subito la mia attenzione ma… dura poco, infatti sono soltanto le ultime battute dell’intervista per la Rai che sta volgendo al termine perché il lavoro è ormai finito, però… tra poco sarò io a intervistare lui.

 

D) Un susseguirsi di interviste e di vari e impegnativi incontri di lavoro sembra essere il destino dei personaggi famosi, di quelli più importanti, e tu Vincenzo appartieni ormai a pieno titolo a questa schiera, non solo per la tua rinomata fama di scrittore e giornalista (sei stato definito uno dei più attenti e autorevoli osservatori della realtà contemporanea), ma anche come sceneggiatore.

Ti chiedo, sono innate certe capacità? Giornalista, o scrittore, si nasce o si diventa?

 

R) Giornalisti si diventa, però il miglior giornalista è quello che ha più talento. Il talento del giornalista è il suo “fiuto”, il senso del lettore, la sua capacità di cogliere l’attualità di una notizia.

Lo scrittore è un artista e sottosta alle leggi dell’arte: lavora con l’immaginazione, non con i fatti reali; inventa, organizza una drammaturgia, cerca uno stile per ogni libro che scrive. Racconta non la cronaca ma ciò che succede nel silenzio di ognuno di noi…

 

D) Hai definito lo scrittore un artista, pensi che un artista sia davvero libero di esprimersi attraverso l’arte oppure è sempre più condizionato da fattori esterni, siano questi il denaro, la politica o altro?

R) La libertà dell’artista è dentro di lui e l’artista può esprimerla anche nelle opere che gli vengono commissionate. Una volta i papi davano agli artisti soggetti precisi, ma quando era Caravaggio a eseguire il dipinto ne risultava comunque un capolavoro, mentre se fosse stato uno senza talento, anche se fosse stato libero di esprimersi come meglio credeva, non avrebbe mai realizzato un capolavoro. Un vero artista non deve mai lasciarsi condizionare, né dal denaro né dal mercato. Perché il mercato replica i successi, non li crea. L’arte è pura fantasia in azione ed è in grado di aprire nuovi mercati.

 

D) So che da alcuni anni tieni dei corsi di scrittura non solo qui in Italia ma anche all’estero; che cosa insegni ai tuoi alunni?

R) Tengo dei corsi di scrittura all’Università di Roma La Sapienza e all’Università di Padova, l’anno scorso all’Università di Lovanio in Belgio.

Non insegno a scrivere ma mostro agli studenti i meccanismi della scrittura e del racconto. Semmai insegno più a leggere che a scrivere. Perché scrivere non s’impara. Per essere scrittori bisogna soprattutto avere un sentimento forte nei confronti del mondo. La scrittura non è altro che la verbalizzazione di un modo di sentire il mondo e di concepire la vita. Raymond Carver diceva che scrivere è facile, quel che è difficile è osservare il mondo da un’angolazione originale.

 

D) Nel corso di un’intervista, qualche tempo fa, Oliviero Toscani mi diceva di non aver mai visto un film più bello del libro… Cosa pensa di questa affermazione uno scrittore e sceneggiatore di fama mondiale come te e che ha visto peraltro trasformare in film il suo famoso libro “Un borghese piccolo piccolo” per opera del noto regista Mario Monicelli, interpretato dal grande Alberto Sordi?

R) Il film è sempre un’altra cosa rispetto al libro e va giudicato autonomamente in quanto si tratta di un altro linguaggio: nella letteratura c’è il racconto dei pensieri, dei personaggi, mentre nel cinema è tutto azione e per questo sono due opere completamente diverse. Certamente chi ha letto il libro da cui è stato tratto un film non può fare a meno di ricordarselo, con tutte le sue caratteristiche e con tutte le sue profondità. Ma se lo spettatore fa bene attenzione al film, si accorge che le scene sono diverse: per essere fedeli allo spirito di un libro è notorio che bisogna tradire la “lettera” di quel libro.

Occorre poi considerare il fatto che ci sono libri più cinematografici di altri, più basati sull’azione che non sulle psicologie, sui pensieri… Tutti i libri vanno riscritti per il film. Un libro destinato a trasformarsi in film va necessariamente cambiato sia nelle situazioni che nel ritmo.

 

D) Quando Roberto Benigni ti ha proposto di lavorare per il suo Pinocchio, non ti è sembrato strano che a interpretare il burattino sarebbe stato proprio lui anziché un bambino, considerando che nell’immaginario collettivo Pinocchio è un burattino-bambino, come nel famoso film TV di Luigi Comencini?

 

R) Pinocchio è soltanto un burattino. Comencini nella sua trasposizione cinematografica della favola di Collodi trasformava di tanto in tanto il burattino di legno in bambino, ma Pinocchio è, come ripeto, solo un burattino, quindi non è affatto strano che a interpretarlo sia stato lo stesso Roberto Benigni.

 

D) Sappiamo purtroppo che Pinocchio quest’anno non ha vinto l’Oscar, come invece “La vita è bella” , per il quale tu hai avuto la nomination per la migliore sceneggiatura; quanto rammarico per non aver ricevuto questo ambito premio cinematografico?

R) Ho vinto la nomination all’Oscar, cioè sono stato definito uno dei cinque più bravi sceneggiatori a l mondo e questo mi è bastato. Detto ciò confesso, con disarmante sincerità, che tengo di più alla risposta del pubblico che alle onorificenze. Il più bel regalo che “La vita è bella” ci ha dato, sia a Roberto Benigni che a me, e a tutti coloro che hanno lavorato al film, sta nel numero degli spettatori che lo hanno applaudito: in Italia, in America e un po’ in tutto il mondo, compresa la Cina, dove per la prima volta nella storia un film europeo è riuscito ad entrare.

 

D) La pace dovrebbe essere come l’arte che, a quanto pare, è l’unica ad entrare davvero ovunque nel mondo… F.D. Roosvelt diceva che sarebbe opportuno coltivare la scienza dei rapporti umani, sembra invece che non si aprli altro che di guerra dal giorno degli attentati alle Twin Towers…

R) Io ho l’impressione che negli Stati Uniti più che in altri Paesi dell’Occidente regni soprattutto la paura: vacilla la convinzione di essere una potenza invincibile sia economica che militare.

Si tratta di una paura irrazionale che rimette in discussione la stessa identità del cittadino americano.

A volte ho l’impressione che la stessa voce grossa di Bush altro non sia che una manifestazione della “paura americana”. Spero vivamente che quanto è successo l’11 settembre, invece di incoraggiare il senso di vendetta, mobiliti lo spirito più alto della politica , che è sempre mediazione, buonsenso, realismo.

 

D) Vincenzo è da poco uscito il tuo libro “Pensieri così – tra passato e futuro: paesaggi nel nostro mondo che cambia”

Alla mia domanda, perché “Pensieri così” hai risposto: “perché sono così e basta, non potrebbero essere altrimenti”. Poche parole per spiegare il titolo di un libro, allora mi chiedo che cosa sarebbero i pensieri se non vi fosse la parola per esprimerli… Ma la parola è anche potere?

 

R) Più che la parola è la cultura a garantire il potere. E quando penso al potere, penso a qualcosa di buono e utile, non certo ai suoi abusi e ai suoi sinistri appetiti. I giovani dovrebbero acquisire più cultura possibile per avere più potere e quindi per migliorare il mondo.

 

 

 

 

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Tag(s) : #libri - autori - editori
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