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L'ERA DELLA BELVA: AMORE E MORTE NELLA BISANZIO DI MIKA WALTARI

 

 

 

All’inizio del 1951 Mika Waltari, nella sua dimora di campagna di Laukkoski, iniziò una scrittura complessa, vertiginosa, che portava un nuovo argomento ai suoi romanzi storici, che tanto successo avevano ormai in tutto il mondo, a partire dal notevole riscontro di "Sinuhe l’egiziano", uscito nel 1945. Il suo interesse era qui rivolto agli albori della modernità, nella luce violenta dei conflitti. Ne "Gli amanti 

di Bisanzio" narrava infatti gli ultimi giorni della capitale dell’impero d’Oriente, nella primavera del 1453, quando l’imperatore Costantino XI Dragases affrontò in armi il proprio destino, di fronte alle truppe sterminate di Mehmet, ossia Maometto II, il Conquistatore. Lo sfortunato imperatore greco, dallo stesso nome del fondatore della città, ultimo della sua stirpe, era salito al potere nel 1449.

La vicenda è centrale in questo libro, uscito nel 1952, ma viene echeggiata anche da un altro romanzo legato a questo, composto nello stesso momento, destinato a rimanere inedito fino alla morte dell’autore nel 1979: "Nuori Joannes", ossia “Joannes il pellegrino”, che di questo è articolatissimo prequel. Entrambi gli intrecci ruotano intorno alla identica figura di un misterioso personaggio, Johannes Angelos, angelo nero della Storia, coinvolto in vicende tenebrose eppure sempre legato alla passione dello studio, diviso tra la carne e la fede. Distaccato, spesso cinico, osservatore di un mondo 

che rapidamente si trasforma e si deforma, simile per certi aspetti al celebre Mr Norris di Christopher Isherwood che vedeva il mondo degli anni ’30 precipitare verso il conflitto, egli è portato quasi suo malgrado a un sanguinoso destino di guerra, che infine si compie a Bisanzio, dove è in prima linea tra le file dei difensori che disperatamente contrattaccano di fronte alla marea turca. Sospeso tra varie identità, è di volta in volta attratto dall’Occidente e dalla sua patria greca, di cui ha appreso però solo a Basilea la lingua e la cultura, che pure si accorge di conoscere per qualche misteriosa eredità atavica. Egli, a lungo dimorante a Firenze nel cuore del mondo mediceo, si trova poi in Anatolia presso la corte 

del sultano Murad II, appassionato di filosofia e letteratura, che ha come proprio obiettivo abdicare e smettere l’arte del combattimento, in cui è assai versato, ma che detesta. Dopo aver conosciuto il suo furibondo figlio Mehmet, smanioso invece di guerra e di conquista, si reca infine nella morente Costantinopoli per ritrovare la fede ortodossa dei suoi avi e compiere il proprio destino. Dietro tutto questo andirivieni nelle pieghe del tumultuoso itinerario nei luoghi in cui si elabora il Rinascimento si inscrive il bruciante segreto della sua nascita: gelosamente custodito e mai rivelato, fino all’ultima 

pagina della storia degli "Amanti di Bisanzio".

L’ambientazione nella città sul Bosforo è precisa, puntuale. Waltari aveva una conoscenza approfondita di Istanbul, dai libri e per esperienza diretta nel corso di vari soggiorni, come testimoniano i ricordi di viaggio "Yksinäisen miehen juna" (1929) e sopratutto "Lähdin Istanbuliin" (1948), entrambi inediti in italiano. Nel primo, uscito in francese con il titolo "Le train du solitaire", egli si dichiara ammaliato dal fasto strepitoso di Topkapi Sarayi, scrivendo che “deve farsi forza per non mettersi a sedere sul divano di Murad IV” e sognare di far parte di quel lusso da Mille e una notte. Soprattutto qui si ritrovano echi di alcune descrizioni che poi vengono rifuse ne "Gli amanti di Bisanzio". Il tema bizantino non era frequente in terra di Finlandia, ma la presenza russa nel corso dell’Ottocento, quando nella produzione letteraria del paese slavo il mito della Terza Roma (la Russia come erede degli imperi d’Oriente e d’Occidente) era invece diffusissimo e si innervava di complicate risonanze nazionaliste e mistiche, ne veicolava senz’altro certi echi. La nutrita produzione finlandese del romanzo storico aveva per solito favorito altre suggestioni, tra le pioneristiche sperimentazioni ottocentesche di Zacharias Topelius , che nelle sue opere, ispirate a Walter Scott (come l’inedito da noi, "La duchessa di Finlandia"), esplorava i miti fondativi dell’identità nazionale, e le vicende estoni di Aino Kallas (di cui in italiano, negli anni ’30, uscirono i curiosi romanzi "La sposa del lupo" e "Il pastore di Reigi"), senza scordare l’immersione nella storia romana antica di "Iksinvaltias" di Tatu Vaskiivi, uscito in tempo di guerra nel 1942. Il tema bizantino, peraltro, ha avuto una sua diffusa voga novecentesca in letteratura tra i due lati dell’Atlantico, come emblema di un’epoca di fasto e disastro, che ha anche troppo in comune con l’inquieto Novecento. Basti citare il decorativismo sfrenato de "La nave" di D’Annunzio (1908), un classico del fantasy in versione storica alternativa, "L’abisso del passato" di Lyon Sprague de Camp (1939), e almeno due romanzi storici inglesi importanti: "Il conte Belisario" di Robert Graves (1938) e "Elena" di Evelyn Waugh (1951), coevo a "Gli amanti di Bisanzio" e dedicato alla complessa figura della mistica madre dell’imperatore Costantino. 

Waltari aveva intrapreso in gioventù studi di teologia, e questo background informa molti passi del libro. "Gli amanti di Bisanzio" (già uscito in italiano con il titolo "L’angelo nero" nel 1954, ma in una traduzione non integrale e dall’inglese) ha infatti al centro una complicata vicenda teologica legata al Concilio destinato a fare epoca, che si svolse tra Basilea (dove si consumò quello che è noto per gli storici come “piccolo scisma d’Occidente” e venne dichiarata per la prima volta l’intenzione di una coesione tra cattolici e ortodossi), Ferrara e Firenze, dal 1431 al 1439. Il Basileus Giovanni VIII Paleologo, che regnò dal 1425 al 1448, aveva cercato nell’Unione tra le chiese (conveniente anche per il Papa, in un momento di grave crisi) una disperata soluzione all’assalto imminente dei turchi. Il tema teologico, scottante, era quello del "filioque" nel Credo. Per i cattolici lo Spirito Santo giungeva allo stesso modo dal Padre e dal Figlio, dando una maggiore importanza all’avventura umana di Gesù, mentre il mondo bizantino voleva che lo spirito e il figlio fossero le “mani gemelle” del padre, negando quindi decisamente quell’elemento, a favore di una venerazione del dogma. Il raggiungimento dell’unificazione giunse infine a Firenze, dove la sgargiante memoria del corteggio imperiale è immortalata nel seguito dei Re Magi negli affreschi magnifici di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi, ma fu una vittoria di Pirro, visto che a Bisanzio gli oppositori alla risoluzione furono senz’altro maggiori per numero dei sostenitori. Molti anzi propagandavano come soluzione positiva l’arrivo degli 

ottomani, per sfuggire all’accordo imposto dall’alto e inviso ai più. Come spesso risuona nel romanzo, ricorreva uno slogan furente: “Meglio il turbante turco della mitra papale” . Il risentimento contro i cattolici era anche alimentato dal ricordo della rovinosa esperienza dell’Impero Latino fondato 

a tradimento dai Crociati e esistito dal 1204 al 1261. 

Il protagonista Johannes Angelos, uomo dalle molte esperienze, che ha vissuto nel fasto della corte papale di Avignone, e ha votato se stesso allo studio, è sempre diviso tra i libri e le seduzioni del corpo, come ben spiega l’episodio iniziale di "Nuori Joannes". Il nostro, attratto dalla possibilità di lettura del codice del "De Voluptate" di Lorenzo Valla, ingaggia un dialogo impossibile sull’amore insieme alla bella dama Dorothée, nuda seduttrice, che ha conosciuto alla mitica fontana Jouvence, ispirata al celebre quadro di Lucas Cranach. In questo romanzo, invece, l’angelo nero intreccia il suo destino a quello della bella Anna Notaras, figlia del megaduca, ossia del capo ammiraglio della flotta imperiale, discendente da antica famiglia, secondo in autorità solo all’imperatore stesso. Come in ogni vicenda di amore e morte che si rispetti, questa relazione è osteggiata fortemente dal nobile padre, che per suo conto tresca con gli emissari del sultano e invano cerca di far partire la rampolla verso i più sicuri bastioni di Creta. Fuggita in un convento, ritrovata da Johannes che la convince a realizzare il loro amore, e poi di nuovo ripresa dal padre, che la informa dei suoi complotti e la convince della necessità della sua azione di tradimento, infine si separa dall’amato, a cui è legata da una comune fedeltà alla città morente e da una forte curiosità erotica, che non sopravvive però al peso della Storia. L’amore si intreccia alla cronaca del declino; Anna, orgogliosa discendente di una famiglia di alto lignaggio, promessa in sposa senza fortuna nella sua infanzia all’imperatore Costantino, ha numerosi dubbi, scrupoli, tormenti. Esibisce la superbia del suo rango nei confronti di Johannes, che ha l’immagine di un fascinoso avventuriero senza passato e senza legami. Il loro dialogo iniziale unisce comunque eros e teologia: per lei è fondamentale capire quale visione del Credo abbia l’uomo che la attrae a tradire il suo rango e i suoi doveri filiali. 

Il romanzo è stato scritto a poca distanza dalla fine del complicato, estenuante, conflitto iniziato sul territorio finlandese nel 1939 con la cosiddetta “guerra d’Inverno” contro la Russia, al termine della quale il paese scelse un patto di alleanza con la Germania hitleriana, per far fronte all’attacco di Stalin. Nel 1944 i tedeschi, ritenendo che il paese stesse trattando una pace separata, attaccarono comunque la Lapponia: le scelte strategiche dell’esercito finnico furono quelle della “terra bruciata” e anche la capitale del Nord Rovaniemi (di cui scrive memorabilmente Malaparte nel suo reportage di guerra "Kaputt") venne data alle fiamme. Nel 1951 il clima tremendo vissuto per quasi sei anni dal paese risuona in queste pagine che trattano di violenza e oppressione. Il cannone enorme e micidiale costruito per il sultano dal tecnico Orbán, che riesce ad abbattere le secolari mura di Bisanzio, è il simbolo di quella che Johannes Angelos chiama precisamente “l’era della bestia”, quando l’arbitrio di un despota (un Mehmet che nelle sue furie ricorda per certi aspetti Hitler) annulla tutte le regole della convivenza umana. Altrettanto forte è il senso evidente della divisione del mondo in due, tra Est e Ovest, che ben riflette il tempo della stesura dell’opera. In una intervista del 1966 lo scrittore paragona d’altra parte le vicende dello scisma di Basilea alla diatriba URSS/USA, che coinvolgeva da vicino il suo paese, appeso ai delicati equilibrismi diplomatici del longevo presidente Urho Kekkonen. Questo tema, secondo Markku Envall, autore di un ampio studio sui romanzi di Waltari, in "Johannes Angelos" rimanda peraltro anche alla filosofia della storia di "Guerra e pace"; nei personaggi dei due sultani Murad e Mehmet, padre e figlio divisi da una visione del mondo opposta, il primo attratto dai piaceri delle lettere e il secondo dal gusto efferato del dominio, risuona qualcosa delle celebri descrizioni delle visioni di Kutuzov e Napoleone. 

"Gli amanti di Bisanzio" è scritto in forma di diario: una tecnica che permette a Waltari di dare piena voce agli eventi che incalzano, ai complotti che si inseguono in un cupo gioco di ombre, ai segni di distruzione, alle voci che seminano improvvisamente il panico nella città avvolta da una plumbea atmosfera di scacco. La prima data è il 12 dicembre 1452, l’ultima il 30 maggio 1453, quando Costantinopoli era ormai Istanbul, e le truppe del sultano si davano a un epico saccheggio e stupro di massa. Notevole è il tono del racconto degli ultimi tempi prima dell’attacco, quando una melanconia diffusa, un umor nero senza rimedio sfibra gli abitanti della città condannata. Nel mezzo scorrono alcuni ritratti precisi e memorabili, come quello di Giustiniani, celebrato mercenario genovese, capo delle armate della città, o dell’affannato bailo veneziano Minotto, che insieme al giovanissimo figlio va incontro al proprio destino di morte. Resta specialmente nella memoria il magnifico cammeo del tedesco Grant, scienziato e costruttore di armi, che è giunto nella città morente per poter usufruire dei tesori della sapienza antica che conserva, ma si trova di fronte un bibliotecario vecchio e maligno che glielo impedisce in ogni modo, perché pretende, anche al momento del caos e del disastro, il rispetto di regole secolari diventate ormai incomprensibili e assurde. Altrettanto forte è il ritratto di Mehmet, temuto e narrato a distanza, che infine giunge nella città presentandosi in tutta la sua fantasmagorica crudeltà. Il testo che chiude il romanzo è scritto da Manuele, servo di Johannes, e descrive la morte del padrone, dopo che ha a lungo discusso con il sultano, che ben conosce, e si è rifiutato di aderire al suo comando. Mehmet fece decapitare tutti i nobili di Costantinopoli, che non accettarono di passare dalla sua parte e rimasero sotto il segno della croce; richiamò in città con l’inganno anche i notabili che erano fuggiti, promettendo il ripristino dei loro beni, per poi eliminarli. Come conclude la cronaca Waltari, egli perdonò solo al popolo, e volle presso di sé i geografi, gli ingegneri e gli scienziati bizantini, ma fece uccidere tutti i filosofi, di cui non capiva il senso e che riteneva mortali nemici. Costantino, che nei giorni affannati del combattimento ricevette una serie di proposte di resa dalle condizioni inaccettabili (il sultano gli proponeva di divenire despota di Morèa sotto la sua egida), rimase a capo delle sue truppe finché non venne ucciso. La sua testa mozzata, sottoposta a imbalsamazione, venne esposta da Mehmet come simbolo del nuovo impero ottomano in tutte le città dell’Oriente. La presa della città avvenne di martedì, e quello ancora oggi è per antonomasia il giorno infausto per gli ortodossi, a ricordo di un evento di portata epocale, che ha segnato il destino d’Oriente e d’Occidente.

 

Grazie per suggestioni e informazioni a V. Parente-Čapkova

e Nicola Rainò.

 

Questo testo è stato pubblicato come postfazione a "Gli amanti di Bisanzio" di Mika Waltari (Iperborea, 2014)

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