Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog

 INTERVISTE E ARTICOLI

 

Dorello Ferrari, Nadir Aziza, Antonio Galdo, Carlo Panella. Articolo: Mondializzazione e mediterraneo


MONDIALIZZAZIONE E MEDITERRANEO 



Si è svolta a Roma, venerdì 22 aprile, presso la Farnesina , sede del Ministero degli Affari Esteri italiano, la conferenza sul dialogo euromediterraneo “Mondializzazione e Mediterraneo”.



Promossa dall’ Osservatorio del Mediterraneo e terza del ciclo *Le Grandi Conferenze, fortemente volute dall’on. Franco Frattini, attuale Vice Presidente della Commissione Europea e Presidente dello stesso Osservatorio del Mediterraneo, “Mondializzazione e Mediterraneo” è stata preceduta, in ordine di tempo, dalle conferenze del 28 gennaio e del 25 febbraio, rispettivamente dal tema  “Il ruolo dei parlamenti e delle società civili nel rafforzamento della cooperazione euromediterranea” con l’intervento di Abdelwahad Radi, presidente della Camera dei deputati del regno del Marocco, e  “L’UMA e il processo di Barcellona” presieduta dal segretario generale dell’Unione del Maghreb Arabo, Abib Boulares.

A caratterizzare con la sua presenza e le sue idee questo nuovo incontro è stato invece il presidente della Corte dei Conti della Repubblica Francese, Philippe Seguin impegnato da anni in una serie di attività culturali di forte richiamo nell’intento di far conoscere e diffondere il valore e l’importanza della dimensione mediterranea, quella originale dimensione mediterranea tanto cara a Jean Monnet (a lui è stata dedicata l’Università Mediterranea di Casamassima, presso Bari, in Puglia n.d.r.), alla quale si deve tornare.

 Philippe Seguin, originario di Tunisi, politico e scrittore di livello internazionale, nel tracciare un percorso storico- culturale del Mediterraneo per arrivare ai nostri giorni, e nel tentativo, tutt’altro che facile, di definire il fenomeno della mondializzazione, temi centrali della conferenza,  ha voluto sottolineare innanzitutto i rischi che provocherebbe un protrarsi verso nord est dell’Unione Europea tralasciando l’area mediterranea.

Ancora oggi, anche se in modo diverso rispetto al passato,  il Mediterraneo, culla della civiltà,  riveste un ruolo, e non solo geografico, importantissimo di cui l’Europa deve tener conto e per cui si deve adoperare attivamente se vuole creare le condizioni adatte a  sviluppare con esso quei rapporti economici, sociali e culturali utili a fronteggiare i numerosi problemi che lo affliggono e che, se non corretti, affliggerebbero, a lungo andare, anche la stessa Europa. 

Il Mediterraneo, un tempo centro della mondializzazione e oggi vittima di questo fenomeno croce e delizia dell’umanità, necessita di un piano risolutivo concreto da parte del governo Europeo, il quale non può più chiudere gli occhi davanti alla realtà per limitarsi a quelle relazioni esclusivamente incentrate sugli investimenti economici, il libero scambio e il commercio, che portano frutto ai pochi e lasciano nella povertà i molti;  un piano che sia in grado di sconfiggere tanto il dramma delle disuguaglianze fra i popoli, radice di ogni altro male, causato proprio dalle discriminazioni economiche,  quanto il “dramma” della globalizzazione che pretende un mondo monoculturale e monolinguistico come se bastasse questo a determinare un pensiero unico nella mente degli uomini…

Una volta raggiunta la consapevolezza del fatto che entrambe le rive del Mediterraneo hanno molteplici interessi comuni che possono dare una risposta a quella evoluzione economica detta mondializzazione, e che i suoi cittadini hanno bisogno tutti gli uni degli altri per cui è necessario che cooperino per favorire lo sviluppo e contribuire ad una migliore intesa tra culture occidentali e arabo-islamiche, le quali devono venirsi incontro senza pretendere di prevalere le une sulle altre, l’UE deve passare ai fatti seguendo una strategia che si basi su determinate linee d’azione, ispirate da idee che siano il frutto di  un acceso spirito mediterraneo e di cui si deve tener conto per raggiungere gli obiettivi prefissati: difendere le diversità culturali, espressione tipica della zona;  regolare i sistemi economici affinché si possa sviluppare una vera e propria economia mediterranea che sia protagonista dell’economia mondiale e dia origine ad una mondializzazione “altra”, aperta e generosa, fondata sui valori che il mondo mediterraneo ha incarnato  e promosso da sempre, in grado di condurre ad una stabilità delle istituzioni e ad una prosperità durature; promuovere il dialogo, ma non un dialogo del libero scambio, che è un dialogo puramente commerciale e non potrà mai condurre alla realizzazione di uno spazio collettivo, bensì un dialogo costruttivo e concreto ispirato da uno spirito di pace e di riconciliazione capace di coinvolgere vivamente il popolo euromediterraneo.

Queste sono le fondamenta sulle quali costruire il Mediterraneo del terzo millennio.

Il luogo d’incontro per eccellenza dei principali modelli di civiltà non può più essere lasciato abbandonato a se stesso e rappresentato dal solito quadro delle contraddizioni, delle disuguaglianze, del clima di ostilità e di incomprensione, dei flussi migratori… e sarà proprio il Mediterraneo ad offrire all’Europa la grande occasione di essere protagonista indiscusso sulla scena politica internazionale, quando riconoscerà concretamente che questa parte del pianeta non è soltanto una linea di confine ma sua stessa parte integrante.



WWW.ITALYINEVIDENCE.EU - OSSERVATORIO DEL MEDITERRANEO



*Nell’intento di creare un dialogo aperto tra tutti i paesi del partenariato euromediterraneo e di contribuire al rilancio del processo di Barcellona, questa serie di conferenze costituisce un appuntamento significativo atto a tale scopo, affinché coinvolgendo le più autorevoli personalità delle due rive del Mare Nostrum si possa estendere tale interesse ad un ben più vasto pubblico, quello costituito dalla cosiddetta società civile





Intervista a  ANTONIO GALDO, autore del libro

PIETRO INGRAO, IL COMPAGNO DISARMATO (S&K)



D) Antonio Galdo, perché scrivere un libro su Pietro Ingrao oggi?

R) Pietro Ingrao è il personaggio più affascinante e più denso della sinistra italiana. La sua storia ha accompagnato la parabola politica del comunismo, e ancora oggi il nome di Ingrao evoca grandi suggestioni,specie nelle nuove generazioni. A 90 anni, in questo libro, Ingrao riconosce i suoi errori, comuni ad intere generazioni della classe dirigente del PCI, a partire dallo sbaglio più grave: non avere preso le distanze, in tempo, dalla deriva del regime sovietico. Proprio lui, infatti, nel 1956 firmò un drammatico articolo di fondo sull’Unità (il giornale che palmiro Togliatti gli aveva affidato), dal titolo “Da una parte della barricata”, con il quale si condivideva l’intervento armato dell’URSS a Budapest per reprimere nel sangue una protesta popolare contro il regime di Mosca.

Poi sono venuti altri errori, come quello degli anni di piombo, quando Ingrao, e con lui tanti dirigenti comunisti, non vollero riconoscere le origini nel mondo della sinistra estrema delle brigate rosse. E non capirono un fenomeno che rischiava di scardinare lo Stato e le sue istituzioni.

Ma la densità di Ingrao non è soltanto quella di un importante dirigente politico, di un leader dell’estrema sinistra: è anche la storia di un uomo che, improvvisamente, si è trovato a investire la propria vita nella battaglia politica. In questo libro, infatti, viene fuori un Ingrao inedito: il poeta, l’uomo di cinema( ha scritto la sceneggiatura di Ossessione di Luchino Visconti), il marito innamorato. E viene fuori perfino un Ingrao spirituale che confessa la sua fortissima “tentazione” di diventare monaco. Forse per interiorizzare il peso di una pesante sconfitta, prima umana e poi politica.

D) “La sinistra ieri, la sinistra oggi”, dava il titolo al programma di presentazione del libro che prevedeva anche la partecipazione di Piero Fassino. Nella frammentata sinistra di oggi, c’è Pietro Ingrao?

Se si, in quale figura politica lo si può identificare?

R) Non ci sono nella sinistra di oggi dirigenti politici con il peso e la profondità di Ingrao. Non si tratta di un giudizio di valore. La politica, rispetto ai tempi che Ingrao descrive e racconta, non ha più quella forza di attrazione, non rappresenta una “scelta di vita”. Specie tra i giovani, che la sentono distante e la considerano lontana dai loro interessi. La recentissima scelta di Ingrao di aderire a Rifondazione Comunista, rappresenta però un segnale importante: la sua icona non è soltanto una testimonianza, ma è la convinzione, che Ingrao ha maturato negli ultimi tempi, che attorno a Rifondazione possa nascere un nuovo polo della sinistra italiana. Un polo che non vuole solo “riformare” l’assetto politico e sociale del Paese, ma cambiarlo radicalmente. Chissà, forse questa è l’ultima utopia del “compagno disarmato”…

D) Chi, o che cosa, ha disarmato Pietro Ingrao?

R) Ingrao è un pacifista assoluto, senza se e senza ma. Considera la guerra in Iraq, come il precedente intervento in Kossovo ( deciso da un governo di centro sinistra presieduto dall’ex comunista Massimo D’Alema) un’autentica sciagura e il segnale di un terzo millennio che potrebbe rivelarsi peggiore del terribile Novecento. Ma nel libro, il pacifismo di Ingrao si spinge oltre i confini dei conflitti armati. E si rivolge direttamente al suo popolo di riferimento, a quella sinistra dove ingrao ha speso la sua vita. E dove oggi chiede l’affermazione di un nuovo comandamento: un no netto, irrevocabile, all’uso della violenza come strumento della lotta politica. Può sembrare l’affermazione di un principio astratto, in realtà è un messaggio coraggioso e moderno, rivolto soprattutto ai più giovani, per non ripetere gli errori del passato. E per uscire dalla suggestione della “conquista del palazzo d’Inverno”, dall’idea cioè che la sinistra per governare debba, prima o poi, utilizzare lo strumento della violenza.(E.B.)




  

INTERVISTA al Professor Nadir M. Aziza, 



Direttore generale dell’Osservatorio del Mediterraneo  e Cancelliere dell’Accademia Mondiale della Poesia.



D) Professor Aziza, il Presidente dell’Osservatorio del Mediterraneo è il vice presidente della commissione UE, Franco Frattini, mentre il Direttoregenerale è un poeta… Finalmente politica e arte insieme !

R) La creatività letteraria o artistica non sono necessariamente separate dalla politica. Già in passato Platone, ma anche Chateaubriand, Lamartine e Victor Hugo, esercitarono alte funzioni politiche e in tempi più recenti lo scrittore peruviano Vargas Llosa che si presentò alle elezioni presidenziali nel suo Paese… mentre un anziano primo ministro britannico si rivelò più adatto a fare il direttore d’orchestra … Questa compatibilità deriva sicuramente dal fatto che la politica può essere, a certe condizioni, esercitata come un’arte. In un libro scritto anni fa insieme all’ex presidente della Repubblica del Senegal Léopold Sédar Senghor, che fu anche il grande poeta che sappiamo, noi parlammo della “poesia d’azione” e decidemmo di intitolare con queste parole un’altra nostra opera letteraria pubblicata a Parigi. L’alleanza tra politica e cultura all’interno dell’Osservatorio del Mediterraneo sarà una garanzia a vantaggio della complementarietà e, speriamo, della fertilità. Ma in questa alleanza va sottolineata soprattutto una visione del tutto nuova della politica di cooperazione per il rafforzamento Euromediterraneo. In effetti l’Osservatorio del Mediterraneo è una rarità tra le varie Istituzioni che si occupano del Mediterraneo in quanto possiede una direzionerappresentativa per la riva nord, presieduta appunto dall’on. Franco Frattini, e una per la riva sud di cui sono io stesso direttore generale. Modello esemplare di reciprocità, espressamente voluto dai membri fondatori di questa istituzione, che rappresenta un’apertura da parte dell’Italia a un dialogo equilibrato tra le due rive del nostro Mare comune.

D) L’Osservatorio del Mediterraneo si prefigge un bell’obiettivo: riavviare quel processo cominciato dieci anni fa con il partenariato di Barcellona e che tutto sommato, come si sa, non ha portato ad alcun risultato concreto. In tanti si preoccupano di sapere e molti tentano di spiegare perché è fallito quel famoso processo mediterraneo. Che visione ha lei di questo quadro e quali le prospettive future? Che cosa vuol dire rilanciare il “Processo di Barcellona”?

R) Vorrei attenuare la sua valutazione riguardo al Processo di Barcellona. Quest’anno é il decimo anniversario dall’avvio di quel processo e su scala nazionale, anzi di venti nazioni, dieci anni possono essere tanti ma anche pochi. Sono tanti se lasciamo parlare la nostra legittima impazienza di vedere realizzate subito e al meglio le nostre speranze personali. Sono pochi se consideriamo la lentezza che è propria delle realizzazionicollettive. Il processo di Barcellona un merito lo ha avuto, quello di aver elaborato per la prima volta una politica europea per il Mediterraneo. Ha contribuito a creare una

istituzione, tra le più importanti, per le relazioni euromediterranee. Inoltre ha lanciato l’idea della creazione di una Banca Mediterranea destinata a sostenere lo sviluppo dei Paesi della riva sud.  Certo resta ancora molto da fare per rafforzare il dialogo e la cooperazione euromediterranea, ma è necessario prendere coscienza del fatto che tali processi sono lunghi e difficoltosi. Basti guardare all’allargamento dell’Europa che ha sollevato e solleva tuttora problemi proprio all’interno della stessa Unione. Gli ostacoliconcreti, i problemi politici non ancora risolti, come il conflitto israelo – palestinese, le disuguaglianze sociali, l’immigrazione, l’integrazione, vanno ad aggiungersi a ciò che

Edgar Pisani definiva le “barriere invisibili”: le immagini stereotipate dell’altro, la difficoltà a comunicare, le divergenze di concezioni e percezioni, tutto questo non fa che rendere più difficile l’incontro.  Ci si deve quindi armare di pazienza e costanza per andare avanti e non abbandonarsi alle sole aspirazioni.

D) Il dialogo(interculturale e interreligioso) è un tema particolarmente caro alla sensibilità del presidente Franco Frattini. Come può ritornare oggi quel dialogo “fertile e profondo” dei tempi passati di cui lei professore Aziza parla con nostalgia?

Attraverso quale ricerca di strumenti nuovi si può favorire il dialogo?

R) Ricordare il passato non deriva soltanto dalla nostalgia. Ricordare l’Andalusia terra delle Tre Culture, o la Sicilia Arabo – Normanna, deve rappresentare uno stimolo per risvegliare la nostra energia, una lampada che rischiari il nostro cammino. La nostalgia è legittima ma rischiosa se spinge a trascurare l’azione per un sogno irrealizzabile. Dobbiamo invece dare energia ai nostri sforzi per costruire quelle convergenze e quelleconfluenze di oggi e di domani.

D) Tra i problemi che affliggono il Mediterraneo l’immigrazione clandestina, la criminalità, la povertà… non sono facilmente risolvibili. Il rilancio del processo di Barcellona, il rilancio dello sviluppo economico e non solo, tutto questo lavoro porterà a una risoluzione?  Da dove si dovrebbe cominciare a suo avviso?

R) Semmai vi fossero delle priorità a stabilire una linea guida al servizio della cooperazione euromediterranea, tra queste priorità non ve ne sarebbe tuttavia una esclusiva rispetto alle altre. Si deve prendere in considerazione ogni cosa e ci si deve rendere conto dell’importanza dell’interattività tra i diversi fattori: l’azione economica deve tener conto dei fattori culturali, le evoluzioni sociali non si possono verificare senza che prima si trasformino le mentalità e i diversi comportamenti, lo sviluppo e la modernizzazione devono essere incoraggiati, incentivati attraverso quelle stesse potenzialità interne alle culture e alle tradizioni. Si deve agire direttamente sugli ostacoli concreti e sulle “barriere invisibili” perché anche il dialogo, uguale a tante altre realtà,  è una “causa mentale” proprio come diceva Leonardo Da Vinci parlando della pittura.

D) Professore, l’Italia, che lei stesso ama definire centro del Mediterraneo e cuore del Mediterraneo, non si sottrarrà al suo impegno politico ed economico e ancor meno alle sue relazioni e iniziative. La mediazione dell’Italia, fondatrice e sede dell’Osservatorio del Mediterraneo, in questo nuovo processo mediterraneo quali risultati porterà a breve termine; mi riferisco al 2005 definito anno del Mediterraneo?

R) Che l’Osservatorio del Mediterraneo sia stato fondato in Italia, e che il 2005 sia stato proclamato Anno del Mediterraneo, non è soltanto una coincidenza. Grazie ai numerosi e, speriamo, anche originali progetti, la nostra istituzione vuole apportare il suo contributo al lavoro di tante organizzazioni italiane come la UNIMED , SIHMED, IMED, COPEAM, la Fondazione Laboratorio Mediterraneo, altre euromediterranee come laFondazione Anna Lindt e varie istituzioni nazionali dei Paesi rivieraschi. Si tratta di una efficiente e coordinata azione collettiva che coinvolge la società civile e tiene conto delle sue richieste, sempre sperando di essere all’altezza delle numerose sfide che una costruzione volontaristica della solidarietà euromediterranea comporta.



NONNI E NIPOTI DELLA REPUBBLICA

Intervista a Giulio Andreotti



D) Senatore Lei ha recentemente pubblicato  Nonni e Nipoti della Repubblica (Ed.Rizzoli) un libro brillante, come è nel Suo stile, e che offre lo spunto per riflettere anche su altri argomenti.

Come Lei stesso scrive nella prefazione, in questi ritratti c’è molta ironia ma non Commemorazione; cosa la spinge a raccontare così tanto?  


R) Mi sembra che attraverso la conoscenza,o il ricordo, dei tanti tipi umani che si sono susseguiti in Parlamento da 1946 ad oggi si aiuti il recupero dell’interesse alla politica che un certo andamento qualunquistico ha fatto perdere.


D) Tra i tanti nomi che popolano il libro c’è anche Trilussa il celebre poeta… Proprio in riferimento a Carlo Alberto Salustri lei afferma di aver ritrovato in molte esperienze di vita la puntualità delle sue poesie e se ne è servito per esprimere giudizi negativi un po’ marcati nei confronti di chi giudica la politica dei lunghi anni democristiani, “l’autista superbo quando il motore gli va in panne è costretto a farsi trainare dal somaro”. La vecchia D.C. deve proprio essere comparata ad un somaro?


R) Guardi che evocare i somari non è offensivo. Sono stati per tanto tempo essenziali come supporto nei lavori agricoli. Erano anche simbolo di pazienza nonché di umiltà rispetto ai cavalli, specie a quelli di razza.


D) Ma se qualcuno guarda dall’alto in basso il “teatrino” della politica dei lunghi anni democristiani, Lei come giudica la situazione attuale?


R) L’obiettivo di semplificazione del sistema concentrando tutto in due soli blocchi è stato molto dannoso. L’Italia è varia sotto tutti gli aspetti (culturali, storici, economici) e la proporzionale dava a ciascuno il suo. Non è affatto vero che ne soffrisse la stabilità e la governabilità. Con giuste e modellate alleanze si è fatta crescere la Nazione. Non a caso Forza Italia era nata con la proposta Tremonti- Urbani che è modellata sul sistema tedesco: proporzionale con un tetto minimo del cinque per cento. Occorre tornarci.Tornerebbe il “dialogo”, che è essenziale.


D) E considerando chi si occupa di politica oggi, nel libro fra i tanti di “ieri” figura anche Ilona Staller, più nota come “Cicciolina”, Le sembra che si sappia fare ancora politica ?


R) Credo che Pannella pensasse già da prima a mettere in giuoco la Staller per una sola Legislatura. Era una carta puramente elettorale. Non è certo da imitarsi.


D) Senatore un’ultima domanda, sappiamo che nel corso della Sua carriera, Lei si è occupato anche di politica estera, ha incontrato e conosciuto personaggi, uomini e donne, della scena politica internazionale. Non  ha mai pensato di scrivere un libro per raccontare anche questi?


R) Qualcosa ho fatto. Vedi i due libri “USA Visti da Vicino” e “URSS Visti da Vicino”. Sono stati tradotti anche in più lingue. Comunque Lei mi suggerisce un’idea. Ci rifletterò. Per ora ho licenziato le bozze del mio diario del 1947, anno di grandi svolte, e vi è molta politica estera.






CAMBIAMO ROTTA – La Nuova Politica Estera dell’Italia  di FRANCO FRATTINI con CARLO PANELLA  -  ed. PIEMME   -   Euro 12,50


A cura di Antonio Bettanini. Prefazione di Silvio Berlusconi

“Perché i nostri soldati sono in Iraq e perché ci resteranno. Perché Inghilterra e Italia sono i più ascoltati alleati europei della Casa Bianca. Perché Putin è stato aiutato dall’Italia ad entrare nella NATO. Perché il centro sinistra si spacca di fronte alle scelte di politica estera. Perché è necessario respingere l’idea di un’Unione Europea a due velocità. Perché i no-global sbagliano. Perché Giovanni Paolo II a ragione a volere una costituzione europea che riconosca le radici cristiane del continente.Perché l’Italia deve e può costruire un ponte tra Occidente e Islam, che eviti una guerra di civiltà.”

Ne parliamo con Carlo Panella, giornalista e scrittore, autore del libro con il ministro degli esteri, Franco Frattini.

D) Cominciamo proprio dal titolo, emblematico, il cambio di rotta segna un punto importante di un percorso, una svolta…

R) Il titolo non lo abbiamo trovato noi autori, ma è stato ideato dal dottor Ferrari della Mondadori. Un titolo aperto sia nella  versione affermativa che in quella esortativa. Tra le due versioni io preferisco quella affermativa. Un cambio di rotta in effetti c’è stato e l’Italia è uscita da una vecchia posizione di politica estera assumendo un ruolo specifico, definito chiaramente nel libro, e cioè quello di mettersi nel punto di frattura delle crisi e di mediare. Così è stato fatto per la Russia, con Putin, ed il risultato è stato notevole perché si è arrivati  all’associazione di questa nazione alla NATO con un accordo firmato due anni fa a Pratica Di Mare; ma anche per quello che riguarda l’Unione Europea definendo il novanta per cento dell’accordo su cui poi è stata siglata la costituzione. In quel caso si è dimostrata una vocazione da parte dell’Italia che, a dispetto dei maligni, ha fatto propria la posizione franco-tedesca con i risultati che sappiamo. E pure per quello che concerne la situazione del medioriente il nostro Paese ha acquisito sempre più rispetto sia da parte israeliana che palestinese, in special modo da parte israeliana dopo Hamas.

D) Ma a chi si vuole rivolgere il libro?

R) Questo libro non è per  un largo pubblico. Si rivolge principalmente agli opinion maker e a tutti coloro che sono interessati alla politica internazionale ma anche alle imprese, infatti gran parte del testo tratta proprio questo argomento perché il nuovo assetto del ministero degli esteri segue l’evoluzione del sistema italia proteso tutto verso l’estero.Inoltre chi legge si accorge che una polemica molto dura nei confronti dell’opposizione accende le pagine lungo tutto l’arco del libro e specialmente in riferimento al tema della lotta al terrorismo. Un argomento delicato, un problema  grave per il quale non si vede per il momento all’orizzonte una strategia diversa da quella in atto per risolverlo. Ci sono proposte risibili contrastabili con i soli servizi segreti. Criticabilissima è la strategia americana e lo è altrettanto quella italiana eccessivamente filo americana, ma solo a patto che venga elaborato un sistema alternativo a quello attuale per combattere il terrorismo, come dice anche Giuliano Amato, l’unico dell’opposizione a dimostrare tanta comprensione perché per gli altri della sinistra la sensibilità di capire è solo marginale…

D) In questa nuova politica estera l’Italia  riveste dunque un ruolo delicatissimo, quello di mediatore, e in particolare oggi ponte tra Islam, purtroppo strettamente legato al terrorismo,  e Occidente al fine di evitare una guerra di civiltà…

R) Il nostro Paese ha tradizionalmente ottimi rapporti con i Paesi arabi, rapporti che, fortunatamente, questo governo da una parte ha saputo mantenere proseguendo su quella linea di politica estera già in atto da anni e che da un’altra parte ha corretto facendo comprendere a priori l’importanza  di difendere l’esistenza dello Stato di Israele. Oggi il dialogo con l’Islam  è un dialogo particolare, importantissimo ma difficile. Un capitolo del libro affronta questo argomento  proprio nel tentativo di spiegare che non ha senso oggi lanciare un appello all’Islam moderato perché purtroppo non si capisce neppure cosa esprime con la parola moderazione. E’ molto importante  fare un chiarimento e scriminare tra moderazione e non moderazione sottolineando l’importanza  della difesa dei diritti umani e la sconfitta di quella visione che è spesso anche degli islamici moderati, cioè considerare le donne oggetto dell’autorità tutoria dell’uomo e quindi di fatto cittadine di serie b. Altro punto fondamentale e discutibile è il diritto all’abbandono alla fede islamica, concetto pure questo conculcato dagli islamici moderati. A motivo di ciò il ponte tra Islam e Occidente, ruolo che riveste l’Italia, culmina con la costruzione di un progetto che promuove fra l’altro una serie di appuntamenti legati al tema dei diritti umani al fine di portare ad un confronto non solo con chi è già d’accordo, ma soprattutto con chi è in disaccordo con tali visioni. Un ponte equivale ad una condivisione, è quindi necessaria una chiarezza sulla condivisione dei diritti umani, diritti spesso non condivisi nemmeno dal cosiddetto Islam moderato.








LA PENNA DEL DIPLOMATICO. I LIBRI SCRITTI DAI DIPLOMATICI ITALIANI DAL DOPOGUERRA AD OGGI.


DI STEFANO BALDI - PASQUALE BALDOCCI - ED. FRANCO ANGELI - EURO 15,00




ELISABETTA BERNARDINI




Il diplomatico nasce con la penna in mano. Rapporti, lettere, analisi, comunicazioni interne lo accompagnano durante tutta la sua vita professionale.Ma un lato meno conosciuto dei diplomatici è rappresentato dai libri da loro pubblicati. Si tratta spesso di memorie e saggi storici, ma non mancano i romanzi, le poesie ed altri libri di vario genere. Questo saggio presenta e analizza i libri che sono stati pubblicati dai diplomatici italiani dal dopoguerra ad oggi. Dall’esame di oltre cinquecento titoli emerge un quadro più vasto e variegato di quanto si potrebbe pensare, che mette in luce non solo la capacità di raccontare situazioni e personaggi, ma anche gli interessi ampi e diversificati che contraddistinguono chi svolge questa professione. Il volume esamina anche i rapporti fra diplomazia e letteratura, ripercorrendo le principali tappe e i protagonisti di questo binomio. E’ un libro utile non solo ai ricercatori e agli studiosi di politica internazionale, ma anche a tutti coloro che desiderano conoscere più da vicino il mondo della diplomazia italiana.

  Sul libro abbiamo intervistato l’ambasciatore Dorello Ferrari che ha ricoperto sia il ruolo di diplomatico che quello di giornalista, entrambi, citando il libro, “sempre con la penna in mano e in competizione tra loro”, nonché di scrittore.

D) Ambasciatore  Ferrari, il diplomatico “nasce con la penna in mano” ma anche il giornalista e lei nel corso della sua vita ha svolto entrambe le professioni, cominciando proprioon il giornalismo…

R) Si, in effetti sono un esempio atipico proprio perché prima di intraprendere la carriera diplomatica ho fatto per oltre quattordici anni giornalismo. Sono stato cronista, inviato speciale, editorialista. Quando ho lasciato la diplomazia, nel 2001, tutti i diplomatici si servivano già del computer più che della penna.Questo nuovo modo di lavorare ha reso istantanee le comunicazioni, moltiplicandole, e come tutte le cose che si espandono perdono di qualità.

D) Vuole dire che scrivere oggi non è più come una volta?

R) Sarebbe difficile oggi trovare quei telegrammi e quei rapporti che resero famosi ambasciatori come Mario Luciolli, Roberto Gaia, Roberto Ducci, Sergio Romano e tanti altri. Tutti, a parte Romano che usava la lettera 22, scrivevano a penna concedendo alla modernità l’uso di una stilografica. In questo caso lo strumento, la penna, rendeva possibile una produzione cartacea meditata e di grande livello, talvolta anche letterario.

D) Solitamente il diplomatico pubblica libri a carriera conclusa e questo è anche il suo caso…

R) Ho aspettato di andare a riposo e prima che i ricordi della mia ultima missione , in Giamaica, si stemperassero per scrivere un breve libro sull’isola caraibica (Yamaye ed. Scientifica n.d.r.).  Invece nei ritagli di tempo che mi concedeva il lavoro raccoglievo ed esaminavo documenti d’archivio per scrivere saggi di storia militare contemporanea che era il mio hobby preferito. Ho avuto la fortuna, in questo specifico lavoro, di essere stato molto apprezzato dallo storico Renzo De Felice che li pubblicò sulla sua rivista di storia. Ma sono stato citato spesso come storico sia dallo stesso De Felice, in particolare nella sua biografia di Mussolini, che da  storici militari come Rochat, Ilari e altri.

D) Oltre alla Giamaica lei ha fatto sedi difficili e interessanti come il Pakistan e le Filippine…

R) Si, in Pakistan all’epoca dell’occupazione russa  dell’Afghanistan e nella mia circoscrizione rientravano il Balucistan e Quetta, proprio ai confini  con i guerriglieri afghani. Ma sul momento tutto potevo pubblicare, eccetto commenti sul Pakistan, perché uno dei fondamenti della carriera è l’assoluta riservatezza non solo su quanto si fa in un determinato Paese, ma anche su quello che si pensa di quella regione del mondo. Nelle Filippine citerò un solo episodio divertente. I guerriglieri Moros, i musulmani del sud, di Mindanao, minacciarono pubblicamente di rapire un diplomatico europeo e citarono i nomi dei nove indiziati fra cui il sottoscritto. L’ambasciatore tedesco, che aveva la presidenza di turno, fu incaricato di rispondere che sarebbe stato un rapimento inutile perché i nostri governi non avrebbero speso un dollaro di riscatto per liberarci e che anzi molti colleghi sarebbero stati contenti del posto in più in organico! A parte gli scherzi, un po’ di paura l’abbiamo avuta, comunque aumentarono la scorta fino ad ospitare in residenza un plotone di fucilieri.

D) Ambasciatore, come vede il futuro letterario del diplomatico?

R) Ci sono in carriera brillantissimi funzionari capaci non solo di assolvere egregiamente la loro missione ma anche di consacrarne la storia in bei libri, cosa che auguro a tutti.

 

 

Tag(s) : #interviste e articoli
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti: